Triangolo di Kanizsa

Triangolo di Kanizsa

Ricordo i suoi occhi azzurro chiaro, il suo portamento diritto, teutonico, e la chiarezza delle sue esposizioni. In aula del palazzo del Bo, dove ha insegnato anche Galileo Galilei, assistevo incantato e con l’entusiasmo della matricola al corso tenuto dal prof. Giovanni Bruno Vicario, titolare della prima cattedra di psicologia generale all’Università degli Studi di Padova. Lui era una istituzione, per noi studenti. Ha lavorato a fianco di Gaetano Kanizsa, il principale esponente italiano della psicologia della Gestalt, il quale a sua volta era stato collaboratore di Cesare Musatti, fondatore della psicoanalisi italiana, che a sua volta era stato assistente al padre della psicologia sperimentale Vittorio Benussi negli anni ‘20. Insomma in quell’aula si respirava la storia della psicologia italiana e noi ne eravamo i testimoni.

Quando il prof. Vicario ci mostrò il Triangolo di Kanizsa, parlandoci di percezione, di realtà fisica e di realtà fenomenica, rimasi talmente impressionato dalla lezione che tornai a casa e lo disegnai sulla parete della mia camera, per averlo sempre in vista. Quel triangolo rappresentava una specie di assioma del funzionamento della mente, qualcosa che ai miei occhi da neofita di allora mi sembrava sorprendente.

Osserva attentamente la figura: cosa vedi? Non aver timore di rispondere, non è un test di intelligenza. La descrizione potrebbe essere questa: un triangolo bianco appoggiato su tre cerchi neri, al di sotto del quale si nasconde un altro triangolo bianco dai bordi grigi, giusto? Bene, risposta esatta. È proprio questo che percepiamo.

La realtà però è ben diversa: nella figura non c’è alcun triangolo bianco, né senza bordi, né con i bordi grigi. La dura verità è che la realtà fisica dell’immagine è composta da tre sezioni di cerchio neri e sei segmenti che convergono a due a due; il triangolo bianco in figura che appare leggermente più chiaro dello sfondo sul quale si staglia è nella realtà dello stesso colore; inoltre se ipoteticamente lo sollevassimo per vedere sotto, non troveremmo alcun triangolo dai bordi grigi, ma solo i segmenti.

Questa immagine ci insegna una cosa fondamentale: la realtà che percepiamo è diversa dalla realtà fisica. È errato quindi pensare che percepiamo l’ambiente che ci circonda esattamente come è, in modo oggettivo.  La realtà psicologica e la realtà fisica non sempre coincidono.

Qualcuno potrebbe obiettare che se non è oggettiva la realtà, è comunque oggettiva la percezione del triangolo. Invece no; noi percepiamo il triangolo perché conosciamo la figura del triangolo. Un bambino di tre anni forse ti risponderebbe di vedere tre pacman e tre punte di freccia o qualcosa di ancor più fantasioso.

E se questo funziona per una cosa semplice come la percezione di un triangolo che nella realtà non esiste, pensa a cosa può succedere se consideriamo oggettive cose più complesse, astratte, come i concetti di amore, di giustizia, di bellezza, di successo, di benessere e tanti altri che condizionano la nostra vita.

Quante discussioni inutili e improduttive ci troviamo ad affrontare perché consideriamo oggettiva la nostra visione del mondo? Quante volte stiamo male perché riteniamo oggettivo un nostro problema sia esso un difetto fisico o caratteriale?

Ogni volta che consideriamo oggettivo qualcosa che in realtà non lo è succede che:

  • lo rendiamo immutabile;
  • ci sentiamo impotenti;
  • blocchiamo qualsiasi comunicazione con chi la vede in modo diverso da noi.

In altre parole neghiamo la possibilità di qualsiasi cambiamento, personale e relazionale.

Quel giovane studente ha sentito il bisogno di disegnare il triangolo di Kanizsa  sulla parete della camera per ricordarsi sempre che la realtà psicologica è soggettiva e trovare il coraggio di gettare via tutte quelle convinzioni, considerate fino allora oggettive, che gli tarpavano le ali. La visione giusta del mondo non era quella che gli altri gli imponevano ma quella che lui decideva di scegliere. Insomma quel semplice triangolo lo ha reso consapevole della propria libertà di scelta. E ancora oggi, a quasi trent’anni di distanza, lo ringrazia.

Tips

Durata: 1 minuto.

Frequenza: più volte al giorno, quando capita.

Obiettivo: migliorare la propria capacità di osservare la realtà e applicarla alla visione dei propri problemi.

Azione: osserva attentamente un oggetto per un minuto intero; qualsiasi oggetto che ti capita tra le mani e a te familiare va bene, ad esempio una tazzina, una fetta di pane, una penna. Scopri come cambia la percezione con lo scorrere del tempo. Sii curioso come un bambino che esplora ciò che tocca, cambia prospettiva, rigira l’oggetto, guardalo da un punto di vista insolito, utilizza tutti e cinque i sensi (vista, udito, tatto, gusto e olfatto). Successivamente utilizza lo stesso atteggiamento a un problema che ritieni oggettivo e che vedi sempre allo stesso modo: una tua imperfezione fisica, un lato del tuo carattere, un modo di rapportarti con gli altri e scopri come cambia il tuo stato d’animo mentre si modifica la prospettiva.

Il consiglio del biblioterapeuta

julian_barnes_il_senso_di_una_fineJulian Barnes, Il senso di una fine (Einaudi, 2012)
Un romanzo (anche) sul ricordo e sulla sua interpretazione. E sulla verità: è una sola o possono essercene diverse? In che modo poi la nostra “visione” di un fatto può condizionarci e condizionare la nostra esistenza e quella di coloro che abbiamo vicino?
Un libro che non lascia indifferenti.

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