la_giusta_distanzaEro in quarta liceo. In camera, alle parete, avevo appeso tre poster. Due di New York: il primo raffigurava in primo piano il ponte di Brooklyn e sullo sfondo i grattacieli di lower Manhattan con le Twin Towers che si stagliano orgogliose; il secondo lo skyline notturno dall’Empire State Building con la distesa dei grattacieli illuminati. Il terzo poster, be’, il terzo era appeso dietro la porta, in un punto nascosto: la foto di una bellissima ragazza che usciva dal mare con indosso solo una camicia bagnata semitrasparente (quest’ultimo poster ha poco a che fare con la lezione, quindi puoi anche tralasciarlo come dettaglio insignificante).

I primi due poster la dicono lunga di quale fosse il mio sogno (a pensarci bene, anche il terzo!). Forse l’influenza del cinema americano o forse, ancor prima, l’imprinting del telefilm Happy Days, avevano fatto crescere in me il forte desiderio di visitare New York. Allora la immaginavo come una meta lontana, quasi irraggiungibile, perlomeno nel breve periodo.

E poi un bel giorno entra questo professore in classe. Chiede se qualcuno sia interessato a fare uno scambio culturale negli Stati Uniti. Si tratta di un progetto sperimentale (era il 1985 e gli scambi non sono all’ordine del giorno come oggi) che coinvolge diverse scuole in tutte Italia e prevede di andare negli States, essere ospitati in famiglia e frequentare la scuola gemellata (nel nostro caso a Rochester nello stato di New York). In cambio dovremo ospitare lo studente americano quando verrà in Italia.

Alzo la mano immediatamente, sono interessato, e non mi importa se sono ancora minorenne e abbia bisogno del consenso dei miei genitori, quello lo strappo, non c’è santo che tenga. Il sogno di andare a New York è solo ad un passo e non me lo lascio certo sfuggire, per niente al mondo.

E così, il febbraio dell’anno successivo sono partito. Avevo più di trentanove di febbre quel giorno quando salii sull’aereo, ma non me ne importava un fico secco. Nemmeno una broncopolmonite mi avrebbe fermato!

Fu un’esperienza meravigliosa e accese in me la passione per viaggiare che mi accompagna ancor oggi. Mi ha letteralmente aperto la mente ma non per ciò che comunemente si pensa, ossia che viaggiare ti permette di scoprire nuovi mondi, nuove culture, un modo diverso di vivere, ma per l’altra faccia della medaglia del viaggiare ossia quella di vedere ciò che altrimenti non riesci: il tuo, di mondo. Infatti solo quando prendi le distanze riesci a comprendere il tuo modo di ragionare, di reagire, i tuoi valori e di quanto i tuoi problemi siano relativi e di quante soluzioni alternative possano esistere.

La stessa cosa può essere rappresentata dalla figura sopra. Osservala bene. Rappresenta una ragazza dall’aspetto gradevole con un’espressione serena, giusto? Vero, ma c’è dell’altro che non riesci a vedere. Per vederlo devi allontanarti dall’immagine. Alzati pure e noterai che, a una certa distanza, il volto sereno della ragazza si trasforma in quello di un uomo arrabbiato.

Puoi scorgerlo solo se ti allontani alla giusta distanza.

Allo stesso modo ci sono tante cose di noi che non riusciamo proprio a vedere se non prendendo la dovuta distanza. A volte sono gli altri che ce le fanno notare, proprio perché ci vedono da una prospettiva completamente diversa.

Capita che alla prima seduta alcune persone esordiscono raccontando di aver provato a risolvere i loro problemi da sole e, con una certa dose di sconforto, dichiarano che gli sembra impossibile dover chiedere aiuto professionale quando sono sicuri di conoscersi meglio di chiunque altro.

Di solito rispondo che anche se ti conosci meglio di chiunque altro ci sono alcune cose di te che non potresti mai conoscere senza un aiuto esterno, esattamente come il colore dei tuoi occhi: hai bisogno di qualcun altro che te lo indichi oppure di uno specchio. La stessa cosa vale per come “funzioniamo” a livello psicologico, siamo troppo immersi nel nostro modo di percepire il mondo per esserne totalmente consapevoli.

Prendere la giusta distanza ci permette quindi di osservarci in un modo del tutto nuovo, attraverso lenti diverse. Per far questo, viaggiare e confrontarsi con culture diverse o fare una psicoterapia non sono le uniche strade; ne esistono di altre (e totalmente gratuite) come:

  • ascoltare attentamente le osservazioni che gli altri ci muovono,
  • utilizzare l’empatia e mettersi nei panni delle altre persone,
  • fare autocritica e relativizzare il proprio punto di vista,
  • essere aperti mentalmente al cambiamento,
  • vivere la diversità come arricchimento,
  • chiedere aiuto quando non ce la facciamo da soli
  • fare nuove esperienze, metterci in gioco.

Al ritorno dal viaggio quell’adolescente staccò i due poster di New York; ora aveva foto personali di quel luogo, aveva realizzato quel sogno. Qualche tempo dopo al loro posto ne attaccò uno di Freud che fumava il sigaro e un altro di  Einstein che faceva la linguaccia. Circa il terzo poster, quello dietro la porta e che non centra niente con questa breve lezione, bè, quello rimase appeso ancora a lungo.

Tips

Durata: 15 minuti.

Frequenza: per ogni problema che ti assilla.

Obiettivo: imparare a trasformare un problema prendendo le distanze.

Azione: la prossima volta che un problema piccolo o grande che sia ti assilla, fai mente locale e appena trovi 15 minuti siediti comodo su di una poltrona in un luogo tranquillo, chiudi gli occhi, fai dei bei respiri profondi ed entra in contatto con il tuo problema: analizza i pensieri, le emozioni e le sensazioni che lo accompagnano. Quindi classifica il livello di gravità percepita in una scala da 0-10. Fatto questo, immagina di poter fare un salto temporale nel futuro: immagina come vivrai lo stesso problema tra 24 ore, tra una settimana, tra un mese, tra un anno, tra dieci anni, tra venti anni. Cerca di essere quanto più realistico possibile e ad ogni salto temporale analizza cosa è cambiato in termini di pensieri, emozioni, sensazioni e classifica il livello di gravità dello stesso problema. Quando hai terminato i salti temporali, torna al presente ed entra di nuovo in contatto con il problema che ti assilla e analizzalo di nuovo. Ridefinisci il livello di gravità e nota cos’è cambiato.

In alternativa, piuttosto del salto temporale, puoi immaginarti di allontanarti nello spazio. Puoi osservare te stesso a 10 metri di altezza, 100, 1.000, 10.000 (come se guardassi il mondo dal finestrino di un aereo) oppure puoi immaginare di allontanarti per un viaggio a migliaia di km di distanza.

Il consiglio del biblioterapeuta

anthony_doerr_tutta_la_luce_che_non_vediamoAnthony Doerr, Tutta la luce che non vediamo (Rizzoli)

Quando la  incontriamo, Marie Laure – la protagonista femminile di “Tutta la luce che non vediamo” di Anthony Doerr  – è una bimba che sta inesorabilmente perdendo la vista. A prendersi cura di lei il padre, Etienne, un uomo di ingegno e talento che inizierà a costruire un modello in scala del quartiere parigino in cui vivono per permettere alla figlia di essere indipendente e autonoma.

Marie Laure si affiderà  a “quello” sguardo esterno, e poi successivamente a quello di altri, per poter vivere la sua vita con compiutezza.

Premio Pulitzer 2015, questo romanzo ambientato tra Parigi, Saint Malo e la Germania negli anni dell’occupazione nazista ha una forza e una bellezza che lo rendono un “classico moderno”.

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