Cosa fareste se vi capitasse tra le mani un diario con il seguente avviso in prima pagina?

Se trovi questo diario, per favore, non leggere quello che c’è scritto. Non c’è nulla di misterioso o sensazionale, e nulla che non puoi non leggere. Ognuno di noi ha comunque sempre qualcosa da voler tener segreto e per me è questo diario. Se hai rispetto per la libertà altrui e soprattutto per la mia personalità NON LEGGERE, PER FAVORE! Ne rimarresti comunque deluso! Ti ringrazio!

Non so a voi, ma a me accenderebbe una curiosità irresistibile e, se fossi sicuro di non essere scoperto, una sbirciatina a cosa c’è scritto la darei.

Voi riuscireste a resistere?

Vi metto alla prova. L’avviso in questione lo scrissi proprio io, nell’ingenuità della mia adolescenza, sul mio primo diario. Questo link riporta la prima pagina di quel diario, ce la fate a non curiosare?

diarioSe lo avete fatto, poco male. La curiosità è uno degli impulsi biologici motivazionali di base, difficile da controllarla (questo spiega perché in prossimità di un incidente in autostrada, sulla corsia opposta si formano delle code!). Diventa ancor più difficile se il diario in questione è del proprio partner o di un amico o di un figlio o di un genitore. Siamo curiosi di conoscere cosa passa nella sua testa, quali sono i pensieri inespressi, le emozioni, i desideri più reconditi, o magari, per una semplice curiosità narcisistica, scoprire se ci sono dei pezzi che ci riguardano (con tutti i rischi del caso!).

Iniziare a scrivere il diario è stato un momento cruciale della mia vita. Se non lo avessi fatto non avrei mai sviluppato la passione per la scrittura, non avrei mai scritto libri e non starei qui alle sette di mattina a scrivere questo post. Tutto è nato casualmente grazie a una frase pronunciata da Penna, un mio caro amico scomparso, che ho descritto nel mio primo romanzo Cassonetti.

A gambe incrociate sfoglio il diario, a me carissimo. Ripenso a quando ho cominciato a scriverlo, tanti anni fa. Fu un caso. Lo ammiravo, Penna. Mi piaceva da matti il suo modo di stare in mezzo alla gente, sempre a suo agio, cordiale e disponibile. E poi mi piaceva la sua simpatia, la grande capacità di sparare la battuta giusta al momento giusto, che spesso ti costringeva a tenerti la pancia per non pisciarti addosso. E infine mi piacevano i suoi discorsi seri. Li annunciava sempre con un colpo di tosse, come se volesse avvertirti che gli scherzi, per un attimo, erano banditi. Grande oratore. Saranno stati i dieci anni di differenza, ma io pendevo dalle sue labbra quando parlava, percepivo maturità e saggezza. Ed è in uno di questi momenti che Penna disse che il diario è utile per un ragazzo, perché aiuta a crescere. Non stava parlando con me, eravamo in molti seduti a quel tavolo durante la pausa pranzo, ma ebbi la netta sensazione che la frase fosse rivolta proprio a me. Quando tornai a casa, la prima cosa che feci fu di prendere un vecchio quaderno, e cominciai a scrivere. E ancora lo faccio, ogni tanto.

james pennebaker_Scrivi-cosa-ti-dice-il-cuore

Dopo aver aver letto di come alcuni studi suggeriscono che il semplice trascrivere il resoconto di un’esperienza difficile può ridurre la reattività fisiologica e incrementare il nostro senso di benessere, anche se non mostreremo mai a nessuno ciò che abbiamo scritto (J. Pennebaker, Scrivi cosa ti dice il cuore, Centro Studi Erickson, 2004), qualche giorno fa sono andato a riprendere quel vecchio quaderno e l’ho riletto qua e là. È stato emozionante, come rincontrare un amico che non vedi da 30 anni (con la differenza che tu sei invecchiato e lui no!).

Sono grato a quel Gianluca giovane e ingenuo, e ancor più a Penna per quella frase buttata lì che ha dato l’avvio a tutto.

Il diario mi ha davvero aiutato a crescere, a riflettere su me stesso, a gestire le mie emozioni, a far chiarezza dentro di me, a imparare a comunicare in un modo diverso con le persone che amo, a definire i miei obiettivi con maggiore lucidità, a migliorare il rapporto con il mio marasma interiore, ad accettare parti di me che non mi piacciono, a coltivare i miei sogni, a concedermi del tempo per immergermi in me stesso, ad amare scrivere e a puntare la sveglia alle 6 di mattina per cominciare la giornata facendo qualcosa che amo e che mi mette di buon umore.

Li ho contati sono 12: 12 buoni motivi (universali) per scrivere un diario.

Esercizi e suggerimenti

Durata: 5 minuti.

Frequenza: giornaliera.

Obiettivo: migliorare il rapporto con se stessi.

Azione: scegli un diario che ti piaccia nella sua forma, nel tipo di pagine, nel profumo; un diario in cui hai il piacere di scrivere. Ritagliati un momento della giornata, anche solo 5 minuti, per trascrivere quello che ti passa per la mente in piena libertà. Puoi fare un resoconto di ciò che hai  fatto, raccontare un piccolo aneddoto che ti è successo, analizzare uno stato emotivo, scrivere qualcosa di creativo, scrivere un pensiero di ringraziamento verso qualcosa o qualcuno, fare una lista dei tuoi desideri, riportare i sogni notturni, disegnare qualcosa, trascrivere un aforisma o qualcosa che hai letto; qualsiasi cosa va bene. Non preoccuparti della bella forma, scrivi di getto, nessuno leggerà quello che scrivi se tu non lo vorrai.

Fai in modo che la scrittura diventi una piacevole abitudine e scoprirai presto i benefici in termini di benessere con te stesso, di autoconsapevolezza, di sintonia con il tuo sé più profondo, di chiarezza degli obiettivi, di capacità di trovare soluzioni nuove ai tuoi problemi.  E molto altro ancora.

Il consiglio del biblioterapeuta

edmund white my livesEdmund White, My lives (Playground, 2007)

Carl Gustav Jung nel 1950 introduce il  concetto di sincronicità che Wikipedia definisce così: «un principio di nessi acausali» che consiste in un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l’uno influisca materialmente sull’altro; essi apparterrebbero piuttosto a un medesimo contesto o contenuto significativo, come due orologi che siano stati sincronizzati su una stessa ora.

Ecco, ora non è mia intenzione sostituirmi a Gianluca, che potrebbe darci una spiegazione esaustiva del concetto senza fare affidamento su Wiki che spesso difetta di precisione.

Tutto questo preambolo per dire che come Gianluca, proprio in queste settimane dedicate ad un decluttering selvaggio, ho ritrovato alcuni vecchi quaderni, risalenti a metà degli anni ’80, in cui mi raccontavo attraverso i miei vissuti, le emozioni e gli stati d’animo.

Evito di rilevare le mie reazioni alla lettura dei suddetti ma la lezione XXII mi ha lasciato esterrefatto per la nostra connessione e mi ha emozionato per quella prima pagina del suo diario.

Credo che Gianluca abbia indicato uno dei modi più efficaci – il diario personale – per raggiungere un buon grado di consapevolezza, permettendo di fare chiarezza dentro di sé.

E come sempre mi ha stimolato, permettendomi di riportare alla memoria alcuni libri che utilizzano il diario come forma narrativa, sia per la fiction che l’auto fiction.

Per sottolineare come questo “metodo di indagine” sia così importante per il lavoro su di sé, ho deciso di soffermarmi specificatamente su due autori che hanno reso il diario personale letteratura a tuttotondo.

Annie-ErnauxLa prima, che citerò solamente, è Annie Ernaux, autrice molto apprezzata e che nei suoi libri – i quattro editi in Italia da L’Orma Editore – ha raccontato sé stessa e il suo mondo in modo sincero e profondo, utilizzando però uno stile complesso.

Il secondo invece è Edmund White, uno degli autori contemporanei americani che più apprezzo e che in My lives (Playground) si è messo completamente a nudo.

Il libro è suddiviso in capitoli tematici – mia madre, mio padre, gli analisti, i miei biondi ecc. e – che radiografano la sua vita con grande lucidità, senza indulgenze o giustificazioni, con severità ma anche ironia.

Sempre con onestà.

White ha sempre tenuto traccia dei suoi passi su diari che ha scritto e continua a scrivere tutt’oggi, facendoli confluire, appunto, in tutte le sue opere anche in quelle dove l’aspetto autobiografico non è dichiarato.

Questo è una modalità che molti scrittori utilizzano. Vero, Gianluca?

Buona lettura.

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