come liberarsi dai pensieri ossessivi e i rituali scaramanticiWolf era un cane meticcio, un incrocio tra un pastore tedesco e non so cosa. Era bello, affettuoso, tranquillo e ubbidiente. Era il mio primo cane, e io lo adoravo. Se mio padre rappresentava per lui il capo branco, io ero invece il suo compagno di giochi, un suo pari. Vivevamo allora in una casa di campagna non recintata e sebbene fosse in prossimità di una strada, Wolf lo tenevamo sempre libero. Non si allontanava mai e ogni mattina ti aspettava sulla soglia per farti le feste del buongiorno.  

Ogni mattina, tranne l’ultima.

Quella maledetta mattina Wolf non c’era. Mio padre lo chiamò ma lui non venne. Iniziammo le ricerche, chiamandolo a squarciagola. Setacciammo i campi intorno a casa, scendendo verso il fosso. Sentivo qualcosa che allora, nei miei 10 anni, non conoscevo ancora, una morsa che mi stringeva lo stomaco e che, ogni minuto che passava, aumentava la presa: la morsa di un’ansia terrificante. Mio padre provava a rincuorarmi: – Vedrai, Gianluca, ora torna… Wolf avrà sentito una cagna in calore e chissà dov’è andato, ma torna.

Tornammo a casa ma non mi davo pace e così continuai la ricerca da solo. Mi incamminai sulla strada che avevamo già controllato, allontanandomi però da casa. Continuavo a chiamarlo a squarciagola sperando che avesse ragione mio padre, che fosse in prossimità di qualche casa del vicinato dove c’erano altri cani.

Dopo qualche centinaio di metri lo vidi. Disteso sul bordo della strada. Iniziai a correre mentre cresceva in me un’angoscia infinita. Speravo fosse solo ferito. E invece, purtroppo, no. Wolf era morto. Era disteso sul fianco, sembrava dormisse. Mi buttai sul suo corpo, lo strattonavo con la speranza che magicamente si svegliasse. Cominciai a piangere. Un pianto di dolore, di tristezza, di rabbia. – Chi è quel bastardo che l’ha investito e non si è neanche fermato per soccorrerlo? – sbraitavo. 

Provai a prenderlo in braccio per portarlo a casa ma era troppo pesante. Così andai a chiamare mio padre e insieme andammo a prenderlo e poi a seppellirlo. Piansi tutta la mattina e inveii contro l’investitore, odiandolo visceralmente.

Il mio primo grande lutto.

Da allora in poi scoprì la paura di perdere qualcosa o qualcuno che ami. Non avrei mai voluto riprovare quelle emozioni devastanti. Iniziai un rituale con lo scopo di proteggere i cani e i gatti che prendemmo in seguito e a cui ero affezionato; prima di addormentarmi, mentalmente, li dovevo salutare tutti.

– Buonanotte Wolf, buonanotte Rex, buonanotte Ruth, buonanotte Calimero! – recitavo.

Se mi addormentavo senza aver recitato questo mantra, mi svegliavo angosciato nel corso della notte, sudando freddo e con le palpitazioni. Ripetevo quindi i saluti e mi riaddormentavo sereno.

Nel corso degli anni mi morirono altri animali (tra cui alcuni gatti investiti dalle auto) ma, nonostante questo, continuavo imperterrito il mio rituale allungando la lista dei nomi che si successero nel tempo. Mi rendevo conto che il rituale era completamente inefficace eppure, se non lo recitavo, provavo una forte angoscia che non mi permetteva di addormentarmi.

Solo in tarda adolescenza decisi di disfarmi di tale rituale. Una notte, di proposito, non lo recitai. Passai la notte insonne e il giorno successivo con un’angoscia terribile che potesse capitare qualcosa al gatto o al cane di turno.

La notte successiva dormii un po’ meglio, anche se il sonno fu leggero e agitato, e il giorno dopo la mia angoscia si era tramutata in un’ansia meno opprimente. Nel giro di qualche giorno il livello dell’ansia calò ulteriormente fino a sparire del tutto dopo una settimana. Fu così che mi liberai da quel rituale irrazionale.

I pensieri ossessivi, i gesti scaramantici e i rituali appartengono un po’ a tutti. Quello che può variare è la tipologia e l’intensità. Fino a che si tratta di un comportamento occasionale e limitato nel tempo come il toccare ferro per scongiurare un evento o fermarsi con l’auto se un gatto nero attraversa la strada o il non calpestare le righe del marciapiede per far accadere qualcosa che desideriamo, le cose vanno bene. Il problema nasce quando perdiamo il controllo dei pensieri ossessivi e dei rituali portando allo sviluppo del cosiddetto disturbo ossessivo-compulsivo. In questi casi il rituale diventa lungo e ripetitivo, come ad esempio il lavarsi le mani, e se non lo si porta a termine crea un’angoscia ingestibile; per far fronte all’angoscia, la persona intensifica il rituale o ne mette in atto di nuovi creando un circolo vizioso che si autoalimenta.

Per liberarsi dei pensieri ossessivi e dei rituali scaramantici , la strada maestra è quella che non vorremmo percorrere ossia imparare a sostenere l’ansia che scaturisce dal non metterlo in atto. Come quel Gianluca adolescente, riconoscere che il rituale è irrazionale e che l’ansia che ne deriva è solo un’emozione che ha una durata e con cui possiamo convivere per un po’ di tempo, certi che l’intensità calerà fino a sparire. Vivere l’ansia o qualsiasi altra emozione che emerge ci può permettere di scoprire cosa si nasconde dietro a quel rituale o a quel pensiero ossessivo, qual è la sua funzione e il suo significato; in altre parole ci permette di scoprire una parte di noi nascosta che possiamo accogliere e integrare e arricchire, così, la nostra personalità.

Esercizi e suggerimenti

Durata: variabile.

Frequenza: al bisogno.

Obiettivo: liberarsi di un pensiero ossessivo o di un rituale.

Azione: scegli il pensiero o il rituale da cui vuoi liberarti. Interrompi la sequenza e scopri cosa succede a livello emotivo. Adotta un atteggiamento di curiosità, come se fossi uno scienziato che studia un evento. Identifica il tipo di emozione che provi e indica il livello di intensità in una una scala da 0 a 10.

Lascia trascorrere un po’ di tempo per scoprire cosa succede all’emozione: se il livello di intensità cresce, se diminuisce, se è altalenante o se si trasforma in qualche altra emozione. Osserva e annota inoltre quali pensieri partorisce la tua mente e cosa ti spingono a fare. Se sei tentato di riprendere il rituale, resisti ancora un po’, anche solo un minuto, prima di rimetterlo in atto.

La volta successiva, fai la stessa cosa, con l’obiettivo di resistere un po’ di più alla tentazione di completare il rituale e il pensiero, osservando tutto quello che succede. Immagina l’esercizio come un allenamento. Ogni volta che ti alleni e resisti un po’ di più, il tuo corpo e la tua mente si rafforza. Scopri quante sessioni di “allenamento” ti servono per liberarti completamente dal pensiero o dal rituale.

Se hai molti rituali da cui ti vuoi liberare, comincia da quello più leggero per poi passare a quelli più intensi.

Infine goditi la libertà.

 Il consiglio del biblioterapeuta

francesco recami il superstiziosoFrancesco Recami, Il superstizioso (Sellerio, 2008)

Conosco diverse persone – di cui per motivi di privacy non rivelerò il nome – che vivono la loro quotidianità condizionati da quelli che Gianluca definisce “pensieri ossessivi e rituali scaramantici”.

Faccio coming out – l’ennesimo! – ammettendo di essere tra questi e di esserlo stato in una forma quasi “patologica” nel passato remoto.

Per andare dai miei genitori dovevo fare sempre la stessa strada, che usassi la macchina o lo scooter, o durante una passeggiata – in campagna, tra i boschi o per andare in latteria –  dovevo sempre camminare al lato destro della persona con cui ero.

Questi sono solo gli esempi più semplici o, secondo il punto di vista, i meno gravi: gli “altri” invece – quelli che ometto di rivelare – rappresentano in modo “quasi” patologico quella che era la mia ansia e il bisogno di controllo, che rendevano le mie azioni guidate da una vera e proprio ossessione.

Poi gradatamente sono riuscito a liberarmene e a privarli della loro intensità.

Certo è che se avessi avuto la possibilità di usare un esercizio come quello proposto da Gianluca, sarebbe stato più facile e rapido riuscire a farlo.

Successivamente quando si è palesato ai miei occhi un libro, Il superstizioso di Francesco Recami, e dopo averlo letto con grande piacere, ho compreso quanto fossi stato troppo legato a quei meccanismi inutili e condizionanti.

Il protagonista del romanzo è Camillo: un commerciante di scarpe, sposato felicemente, con una vita regolare e serena.

Ogni giorno, per raggiungere il suo negozio, fa sempre lo stesso percorso a piedi lungo il quale deve attraversare un cavalcavia ferroviario.

E qui, ogni volta, si ferma per contare il numero dei treni: se ne passa uno solo la giornata non andrà bene, se invece ne passano due allora tutto sarà positivo.

Camillo non si definisce superstizioso ma il giorno in cui i treni a passare saranno eccezionalmente tre, decide di ritornare a casa, tenendo chiuso il negozio, e quindi festeggiare con la moglie.

Non sa che in quel momento il suo destino prenderà una strada diversa.

Questo di Recami è un libro grottesco e divertente, che assume ad un certo punto anche l’aspetto del giallo psicologico.

Come sempre non aggiungo altro proprio per evitare, con lo spoiler, di togliere il piacere della lettura.

Io ti invito a leggerlo ma evita, come fai ogni volta che acquisti un libro, di chiedere al libraio la copia posta in basso della pila perché non vuoi che sia stato aperto da altri clienti….

Buona lettura!

© riproduzione riservata