come proteggere la propria fragilitàPaola aveva 5 anni quando nel 1980 il terremoto sconquassò l’Irpinia provocando quasi 3000 morti. Se lo ricorda bene. Era dentro casa quando quella scossa interminabile (durata 90 secondi) cominciò a far sussultare e cadere ogni cosa in un boato terribile. Le porte erano bloccate ed era impossibile uscire di casa. Si ricorda che era scalza e della sensazione di camminare sulle macerie al termine della scossa. Il paese al buio, la polvere e tutto crollato intorno a lei.

Mentre raccontava, da bravo psicologo, immaginavo l’effetto traumatico che questa esperienza poteva aver arrecato a Paola, e di come poteva aver influenzato lo sviluppo psicologico di quella bambina. Gravi esperienze traumatiche lasciano segni indelebili a livello emotivo se non vengono affrontati ed elaborati quanto prima.

Sulla scia di questo pensiero, alla fine del racconto, per tastare il terreno feci questa considerazione:

– Deve essere stata un’esperienza molto traumatica.

Paola, con mia sorpresa, sorrise e scosse la testa.

– No, dottore, non lo è stata. E non lo è stata perché quando ci siamo accorti che non riuscivamo ad uscire, mio padre mi ha preso in braccio e mi ha portata sotto un arco e mi ha protetto con il suo corpo. E durante tutta la scossa di terremoto mi sentivo sicura e protetta tra le braccia di mio padre. Sentivo la sua calma, e mi sentivo rassicurata. Questo mi ha permesso di non avere paura.

L’esperienza di Paola ci insegna il potere protettivo e rassicurante che un genitore può avere nei confronti dei propri figli e di quanto questo sia importante, e a volte fondamentale, per affrontare e superare anche esperienze potenzialmente traumatizzanti.  

Questo bisogno di protezione e sicurezza lo abbiamo tutti e ci accompagna in ogni fase della vita. Fin che siamo piccoli lo ricerchiamo nei genitori, in adolescenza negli amici, in età adulta nel nostro partner o nella comunità in genere.

Quando questo senso di protezione ci viene a mancare, ci sentiamo insicuri, fragili e vulnerabili e andiamo a cercarlo negli altri, a volte “infilandoci” in relazioni poco appaganti di cui diventiamo dipendenti affettivamente.

Quando questo avviene ci scordiamo di una cosa. Che noi stessi siamo capaci di proteggere e rassicurare le persone a cui vogliamo bene. Ci viene naturale e si esprime in gesti semplici, una parola di conforto, una pacca sulla spalla, un abbraccio, una battuta, un ascolto attento.

E ancor di più, ci scordiamo (o non ci viene nemmeno in mente) che questa stessa capacità la possiamo utilizzare per proteggere noi stessi e quelle parti di noi più fragili che hanno bisogno di conforto e di aiuto.

Esattamente come un medico può utilizzare le proprie conoscenze per diagnosticare e trovare rimedio alla propria malattia, noi tutti possiamo utilizzare la nostra capacità protettiva per proteggerci, rassicuraci e superare un momento difficile. E il grande vantaggio è che, a differenza di quella da parte degli altri, la nostra protezione è sempre disponibile.

Esercizi e suggerimenti

Durata: 20 minuti.

Frequenza: al bisogno.

Obiettivo: sviluppare la capacità di autoprotezione.

Azione:  alcuni studi hanno dimostrato che il semplice gesto di incrociare le braccia per abbracciare se stessi ha il potere di lenire il dolore e stimola il cervello a produrre ossitocina, l’ormone che alimenta il senso di fiducia, supporto sociale e calma. Siediti in una poltrona comoda, abbracciati, fai un bel respiro e chiudi gli occhi.

Lasciati cullare dal ritmo del tuo respiro, come se fossi serenamente disteso su di un materassino gonfiabile in riva al mare. Entra in contatto con la tua parte fragile che ha bisogno di aiuto e protezione, lascia che sia la tua mente a rappresentarla per te. Va bene qualsiasi rappresentazione che emerge, può essere un bambino, un pulcino, un cucciolo, una pianta, qualsiasi cosa. Immagina la tua parte adulta (paterna/materna, amicale) che se ne prende cura. Donale amore, protezione, conforto, consiglio. Trattala come fosse tuo/a figlio/a. Goditi l’esperienza del dare e del ricevere, del piacere dell’essere adulto/a e allo stesso tempo bambino/a. Del non essere mai solo, nemmeno quando lo sei.

Il consiglio del biblioterapeuta

lisa williamson l'arte di essere normaleLisa Williamson, L’arte di essere normale (Il Castoro, 2017)

“L’esperienza di Paola ci insegna il potere protettivo e rassicurante che un genitore può avere nei confronti dei propri figli e di quanto questo sia importante, e a volte fondamentale, per affrontare e superare anche esperienze potenzialmente traumatizzanti”.  

Dopo aver letto queste parole del nostro Gianluca ho immediatamente pensato a un romanzo letto alcuni mesi fa e che affronta una tematica quanto mai attuale.

“L’arte di essere normale”, è giusto specificarlo subito, si rivolge a un pubblico di giovani adulti e proprio per questa ragione l’autrice usa un linguaggio immediato ma mai banale o povero.

Uno dei due protagonisti è David. Il ragazzo incarna il tipico adolescente di buona famiglia, ottimo studente, educato, timido e di fragile di costituzione che per tutte queste ragioni è oggetto di scherno e derisione da parte dei compagni di scuola che lo apostrofano come omosessuale e certo in modo volutamente offensivo.

David ha un segreto, e non riguarda una sua presunta omosessualità: sente di essere una ragazza e ne è lucidamente consapevole.

Tecnicamente questa condizione è definita disforia di genere: il soggetto ha le caratteristiche sessuali primarie di un sesso che non corrisponde a quello al quale si sente di appartenere.

David sa molto bene cosa questo significhi ma riconosce in sé la volontà e la determinazione, appena sia possibile, di compiere la transizione da uomo a donna.

Ora però ha un altro obiettivo: parlarne con i genitori rivelando loro chi si senta di essere in realtà e poter così iniziare una prima terapia ormonale con il loro consenso.

Fortunatamente David non è solo, ha l’appoggio incondizionato di Essie e Felix, compagni di scuola e migliori amici, che appoggiano il suo progetto e incitano a parlarne con il padre e la madre.

Quando la routine scolastica di David viene “sconvolta” dall’arrivo di Leo, un nuovo studente suo coetaneo, le cose prendono una piega differente: David non è attratto da Leo ma percepisce in lui qualcosa che non riesce a definire e che comprenderà in seguito, con una rivelazione inaspettata e sorprendente.

Il romanzo della Williamson vuole fare chiarezza su quella che, in modo completamente errato e distorto, è definita “l’ideologia gender”.

Certo questo è un tema complesso che può però essere affrontato, laddove si presenti, nel migliore dei modi e con ottimi “risultati” quando si hanno l’appoggio e il sostegno degli affetti più cari, soprattutto dei genitori.

Perché “l’abbraccio protettivo e rassicurante” ha sempre, in ogni situazione, un potere fortificante e lenitivo.

Chi di noi l’abbia provato e sentito – e siamo la maggior parte, i fortunati – sa cosa e quanto significhi. Se si è genitori donare quell’abbraccio è fondamentale ma ora con l’esercizio proposto, abbiamo imparato che possiamo darcelo anche da soli: non rinunciamoci.

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