Gianluca Antoni

Psicologo Psicoterapeuta Ipnotista, Scrittore, Career Coach, Formatore

# 028 – Il primo assioma per star bene con gli altri

star bene con gli altri 01Mio padre era un tipo burbero; quando discutevi con lui, se il tuo pensiero dissentiva dal suo, alzava la voce, diventava giudicante, non ascoltava le tue ragioni e ci metteva un attimo a dire che non capivi un bel niente. Durante l’adolescenza mi scontravo con lui, la pensavo diversamente, ma per quanto tentassi di dire la mia, di fronte alla sua ottusità giudicante, mi bloccavo. Mi saliva una rabbia che si bloccava in gola e che mi inumidiva gli occhi, e l’ultima cosa che avrei voluto era di farmi vedere piangere. Così uscivo dalla stanza, mi rifugiavo in camera dove davo libero sfogo alle mie lacrime di frustrazione.

Con il passare del tempo iniziai a pensare che fosse impossibile comunicare con lui. Evitavo a priori qualsiasi discussione, tanto mio padre non era in grado di comunicare con me: non era aperto, era poco empatico, voleva solo aver ragione lui, in più mi giudicava negativamente, sempre. Con grande rammarico mi ero convinto che non ci fosse speranza; il nostro rapporto era destinato a raffreddarsi sempre di più e inevitabilmente ad allontanarci.

Poi una sera, dopo tempo (facevo già l’università), durante la cena si accese una discussione calorosa. Non ricordo l’argomento, ma ricordo bene la sensazione di frustrazione che crebbe in me quando mi ritrovai di nuovo con quel groppo alla gola e quelle lacrime che mi impedivano di difendermi, contrattaccare e dire la mia. Come da copione, uscì dalla stanza e mi rifugiai in camera. Questa volta però non piansi, lasciai sfogare la rabbia, imprecai contro mio padre. A quel punto mi assalì una tristezza infinita. Volevo un bene dell’anima a quell’uomo burbero, nutrivo una stima enorme e avevo bisogno di lui, della sua guida, del suo sostegno anche se ormai ero grande. Non volevo rassegnarmi all’idea di non riuscire a comunicare con lui. Sulla scia di queste emozioni decisi di parlargli.

Scesi in cucina. Era solo che guardava la tv. Mi sedetti al tavolo in silenzio con un mattone sullo stomaco che mi impediva di parlare.

– Cosa guardi?

– Un film, – rispose serafico.

Mi misi a guardarlo, non ricordo che film fosse. Ricordo solo che ripetevo tra me e me cosa volevo dirgli e che non ci riuscivo.

Alla fine del film mio padre spense la tv, si alzò e si avvio verso la porta. – Vado a dormire, – disse.

Io rimasi impalato al mio posto. – ‘Notte, – risposi.

Era già nel corridoio quando lo richiamai.  – Cosa c’è? – chiese riaffacciandosi alla porta.

Presi fiato e gli dissi che volevo parlargli. Lo pregai di sedersi e che, per una volta, di ascoltarmi senza interrompermi.

 – Papà, – continuai. – Io non riesco a parlare con te. Ogni volta che ci provo, ogni volta che discutiamo, mi prende male, mi viene da piangere e mi blocco. Sento che tu non mi ascolti, che sei arroccato nella tua posizione, che ti preoccupi solo di aver ragione. Questa cosa mi dispiace da morire.

Mio padre, rimase in silenzio qualche secondo.

Anch’io non riesco a parlare con te, – rispose. – Non sai quante volte ci ho provato. Appena ti chiedevo qualcosa rispondevi a monosillabi, quando ti degnavi di farlo. Se ti raccontavo qualcosa, sbuffavi.

Cominciò a elencarmi una serie di episodi in cui ai suoi tentativi di aprire la comunicazione lo liquidavo in men che non si dica. Me ne resi conto solo allora di quanto fossi stato io il primo a bloccare il nostro dialogo, a essere chiuso, a non ascoltare, a manifestare disinteresse. Ascoltavo mio padre e non potevo che dargli ragione.

Parlammo a lungo di noi quella notte, con l’umiltà reciproca di ammettere i nostri errori. Lo sentii vicino, sentii quanto ci tenesse a me, quanto mi volesse bene.

Non che da allora il nostro rapporto si trasformò in rose e fiori. Eravamo diversi e abbiamo continuato a scontrarci, a indispettirci reciprocamente per l’atteggiamento dell’altro. Ma profondamente qualcosa era cambiato; c’era più rispetto e stima reciproca.

Si poteva finalmente parlare, senza piangere.

Esercizi e suggerimenti

Durata: 15 minuti.

Frequenza: al bisogno.

Obiettivo: migliorare la comunicazione con gli altri.

Azione:  quando ti accorgi che la comunicazione con una persona a cui tieni non fluisce serenamente, prima di attribuirle tutte le responsabilità, metti in discussione il tuo modo di comunicare con lei. Analizza come le parli, in che modo lo fai, il tuo atteggiamento, come ti comporti, quanto la ascolti mettendoti nei suoi panni.

Successivamente chiedile qualche minuto per parlarle e comunicale le tue difficoltà in modo sereno e aperto senza giudicare. Piuttosto che dirle “Tu mi fai arrabbiare”, parlale di te, di cosa provi e cosa il suo comportamento ti provoca. Ecco un esempio: “Quando parlo con te ho la sensazione di essere giudicato. Questa cosa mi dispiace molto perché vorrei sentirmi libero di esprimere quello che penso senza dover soppesare ogni singola parola. So che anch’io probabilmente ho una parte di responsabilità quando litighiamo, sarei contento di sapere cosa ne pensi e in cosa posso migliorare”.

Utilizza il tuo stile, partendo da un atteggiamento in cui se tu il primo a metterti in discussione. Ascolta quello che ti viene detto e poi cercate una soluzione insieme.

Il consiglio del biblioterapeuta

philippe meyer ruggine americanaPhilippe Meyer, Ruggine americana (Einaudi, 2010)

Lo ammetto: questa volta la lezione di Gianluca mi ha particolarmente emozionato.

Il ricordo del rapporto con il padre e della reciproca difficoltà a comunicare che ha determinato i silenzi e l’apparente distacco – senza mai scalfire però il cuore del loro reciproco affetto – mi ha toccato.

Perché mi hanno fatto pensare al rapporto con il mio.

Non è certo mia intenzione parlare qui della mia storia ma voglio ancora ringraziare Gianluca per avermi prestato le sue parole – da “Il peso specifico dell’amore” – per ricordarlo il giorno del suo funerale.

Io non sarei mai riuscito a trovarle in quel momento e – come spesso accade – ho potuto attingere a quel “patrimonio” presente in ogni libro.

Quello che potrebbe capitare al lettore di “Ruggine americana”: un romanzo di grande impatto emotivo, scritto in modo esemplare e ricco di temi.

Meyer narra la caduta e il rimpianto, descrive la desolazione e i silenzi assordanti delle fabbriche improduttive, espone alla vista di chi legge la verità delle relazioni e i loro meccanismi, spesso impietosi e distruttivi.

Il suo è lo sguardo impietoso sul fallimento del grande sogno americano.

Ruggine americana è un romanzo corale amaro e doloroso che sembra non lasciare spazio alla speranza e alla possibilità.

La storia inizia con una fuga: Isaac decide di scappare da casa, abbandonando il padre invalido di cui si occupa da quando la sorella Lee è partita per l’università poche settimane dopo la morte della madre.

Isaac cerca di convincere il suo amico Poe che, preoccupato per Isaac di cui si sente anche “responsabile”, decide di seguirlo sperando di farlo desistere.

I due giovani – sono entrambi sulla ventina – non possono sapere cosa accadrà.

È proprio la relazione tra Isaac e il padre Henry che determina la decisione del ragazzo. Si è preso cura di lui per cinque lunghi anni: quindicenne si è ritrovato da solo a occuparsi del genitore con un’abnegazione e una dedizione totale che hanno condizionato le scelte del ragazzo – studente dotato di notevole intelligenza – mettendo in discussione il suo futuro universitario.

“…Però sei rimasto. Perché io non sono così, nemmeno con i tipi come lui. No, pensò, non è solo per questo. Volevi la sua approvazione. Volevi fargli ammettere che aveva bisogno di te”. Questo è ciò che pensa Isaac.

Qualcosa però si rompe improvvisamente, complice anche il reiterato silenzio e l’incomunicabilità tra i due, e fuggire con quattromila dollari sottratti al padre rimane l’unica possibilità.

E solo nell’epilogo finale, dopo una serie di eventi drammatici la verità di quel rapporto sarà rivelata a noi lettori.

Se Isaac e Henry avessero comunicato tra loro, se avessero espresso le loro problematiche, anche quelle estranee alla relazione padre-figlio, forse la loro storia sarebbe stata diversa.

Queste sono le ragioni per cui consiglio Ruggine americana: perché approfondisce ulteriormente la lezione di Gianluca e perché è semplicemente un gran romanzo che ti costringe sulla pagina senza mai eccedere o perdere il senso della misura grazie al talento del suo autore.

Buona lettura.

© Riproduzione riservata

2 Comments

  1. Hai emozionato anche me Gialuca, “sento” tutto l’amore e tutto il risentimento che avevi per tuo padre, non dev’essere stato facile conviverci.
    Io sono stata più fortunata, ho avuto un padre “imperfetto”: fallito nel lavoro, malato, a volte collerico, ma era un padre che mi amava e che me lo dimostrava!
    Ero piccolissima e ricordo che lui mi teneva in braccio e mi cullava su e giù per il corridoio per farmi addormentare e le sue storie inventate! Che meraviglia , non mi raccontava le fiabe classiche, ma fiabe sue. Dico questo perchè secondo me , invece di parlare e parlare, a volte bisognerebbe FARE.
    Cosa pensi che sarebbe successo se avessi abbracciato tuo padre più volte, se avessi condiviso un pomeriggio con lui, se avessi ascoltato quello che aveva da raccontarti? E’ vero eri tu che spesso ti chiudevi, come fanno molti adolescenti.
    Eppure, per me, “agire”: ascoltare i suoi racconti (anche da grande): la prigionia in Polonia, la moto, le donne, il Venezuela dove era emigrato per ripagare i debiti; andare con lui in macchina , perchè era malato e aveva paura di andarci da solo o forse mi portava con sè solo perchè stava bene con me e io con lui, era molto bello. Parlavamo poco, ma ci capivamo molto.
    Ricordo di una volta: stavo per sposarmi e lui voleva realizzare le bomboniere per me con una farfalla di legno (lui era un falegname, ma ormai non lavorava più davvero da anni, a causa della sua malattia), ma a me quella farfalla non piaceva e glielo disse, lui si offese e forse si arrabbiò.
    Ma dopo neanche mezz’ora era lì che mi abbracciava e mi diceva: ” Dai Marzia non prendiamocela per queste cose, non sono cose importanti” e io sentivo l’odore del suo maglione che sapeva di segatura. Come amavo quell’odore!
    Vi racconto questo per dirvi che certo, parlare, chiarirsi è importante, ma a volte non ce n’è bisogno.

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