il potere della sorpresaDaniela è la quinta di cinque fratelli. La sua famiglia di origine era povera e viveva in una casa talmente piccola che non aveva posto per lei. Così i genitori, lavoratori entrambi, decisero di farla crescere dai nonni. Poteva sembrare una buona scelta, i nonni erano affettuosi, vivevano vicino e Daniela poteva andare a trovare la sua famiglia ogni volta che voleva, anche se poi, a fine giornata, doveva rientrare a dormire dai nonni. 

Ciononostante ogni volta che lasciava la casa dei genitori provava un profondo senso di abbandono ed esclusione. Si sentiva difettosa, un brutto anatroccolo “scartato” dal nido materno. Solo quando si ammalava le veniva permesso di dormire a casa dei genitori, scambiando il posto con uno dei fratelli più grandi. In questi casi sentiva l’attenzione e l’affetto genitoriale e, paradossalmente, stava bene.

Questo però ha portato Daniela a sviluppare inconsciamente l’idea che poteva ottenere l’amore e l’affetto delle persone care solo stando male e, non a caso, ha formare un carattere tendenzialmente depresso, lamentoso, negativo e pessimista che la rendeva sempre insoddisfatta. 

Quando iniziai a seguirla, sentii palpabile l’angoscia di quella bambina esclusa dalla famiglia e, colpito dalla sua storia, fui molto accogliente, rassicurante e, in un certo senso, paterno. Volevo “donarle” quell’ambiente familiare che non aveva mai avuto in modo che si sentisse in un contesto sicuro che le permettesse di acquisire fiducia in se stessa e negli altri. Se nella prima fase della terapia questa scelta ha permesso a Daniela di fidarsi di me e accedere a parti molto dolorose di lei, in una seconda fase questo mio atteggiamento cominciò ad essere improduttivo. Quando entrava in studio, diventato per lei ormai un rifugio sicuro, lei metteva in atto sempre lo stesso copione: si lamentava di ogni cosa, vomitava la negatività ed esprimeva il suo malessere in un lamentio continuo come un disco rotto. Insomma recitava il suo solito vecchio copione per ottenere affetto.

Se per un lungo periodo, da bravo terapeuta di stampo umanista, accolsi ogni lamento e l’accettai in toto, a un certo punto arrivò la goccia che fece traboccare il vaso.

Mentre lei mi elencava per l’ennesima volta tutti i problemi e tutte le sfortune che l’attanagliavano con lo stesso atteggiamento disperato di sempre e che nulla sarebbe cambiato e che sarebbe rimasta un brutto anatroccolo e che la vita si sarebbe accanita con lei per sempre, sbottai.

Daniela, – la interruppi con un tono di voce autoritario e alzandomi dalla mia poltrona. – Di tutti i suoi problemi non me ne frega un bel niente!

Mi avviai verso la porta e l’aprii. – Se ha intenzione di continuare su questo registro la prego di uscire e non tornare mai più! – E con un ampio gesto del braccio le indicai l’uscita.

Mi rendo conto che la mia reazione fu tutt’altro che ortodossa e, in verità, non era mossa da una piena  consapevolezza professionale quanto piuttosto da una sensazione intuitiva: qualcosa mi diceva che era l’unico modo per spezzare un copione e creare un cambiamento nel percorso terapeutico (rischiando che si interrompesse in quel preciso istante).

Daniela rimase attonita, a bocca aperta, in silenzio, quasi shockata. Mi guardava come se fossi un alieno comparso improvvisamente nello studio con tre occhi, quattro braccia e le antenne sul capo.

Ci fissammo a lungo in silenzio. Lei impietrita sulla poltrona, io in piedi sulla soglia.

Quell’evento improvviso, quella sorpresa, ruppe i vecchi meccanismi, automatici e obsoleti, e aprì una finestra sul cambiamento. Infatti di fronte alla novità che ci sorprendono rimaniamo interdetti e la nostra mente si trova in uno stato ipnotico: tutto quello che avviene in quel momento ha un alto potere suggestivo e può provocare grandi cambiamenti. È come se si aprisse un bivio di fronte a noi, da una parte la vecchia strada e dall’altra una totalmente nuova.

Dopo qualche minuto, Daniela fece un gran respiro. – Resto, – disse. – Voglio cambiare.

Da quel momento in poi il nostro percorso terapeutico prese una nuova direzione. Daniela si buttò alle spalle quel vecchio copione lamentoso da brutto anatroccolo che la portava ad allontanare anche le persone che le volevano bene e che si prendevano cura di lei per scriverne uno nuovo e sentirsi quel bel cigno quale era, a prescindere dal passato.

Esercizi e suggerimenti

Durata: 1 minuto.

Frequenza: una volta al giorno.               

Obiettivo: introdurre novità per il cambiamento personale.

Azione:  introduci piccole novità nella tua routine quotidiana in grado di sorprendere te stesso e chi ti circonda. Ad esempio, se sei solito fare colazione con il caffè, sostituiscilo con un’altra bevanda, magari insolita, lascia post-it di ringraziamento a chi ti circonda, quando qualcuno ti chiede come stai rispondi “Splendidamente!”, vestiti con uno stile diverso dal tuo, alzati prima o vai a dormire dopo, modifica la sequenza delle azioni che fai quando arrivi al lavoro, fai qualcosa che non avresti mai fatto giusto per il piacere di farlo. Sbizzarrisciti con la fantasia a trovare piccoli elementi di novità e scopri gli effetti piacevoli, su te stesso e sugli altri.

Il consiglio del biblioterapeuta

donatella di pietrantonio l'arminutaDonatella Di Pietrantonio, L’arminuta (Einaudi, 2017)

Ci sono libri che amo consigliare indiscriminatamente a chiunque perché li ritengo intensi ed emozionanti.

Il mio giudizio non è mai “tecnico”, non pretende di esserlo perché non sono un critico ma solo un lettore che cerca di trasmettere la sua passione.

Ho riflettuto molto su questa questione e ho compreso che, in qualche modo la mia intenzione è anche quella di vendere me stesso, mostrando attraverso le parole di chi ha scritto quello specifico romanzo una parte di me intima e personale, quella che ritengo la migliore.

Forse per sentirmi amato, per sentirmi riconosciuto, per creare un legame che non possa essere spezzato e non essere abbandonato e messo da parte.

Tendo a farlo – in libreria – soprattutto con quelle persone con cui si crea spesso un’immediata sintonia, nonostante io non li conosca, nella speranza che “ritornino” e non solo per la mia professionalità.

In fondo la fidelizzazione del cliente credo sia anche questo, con la differenza che in questo caso, il prodotto che vendo è, oltre al libro, la mia persona e non per una questione di denaro (un eventuale sottinteso è puramente casuale!).

Nell’ultimo anno mi è capitato di farlo con due libri in particolare e uno di questi è L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, il romanzo vincitore del Premio Campiello 2017.

Ecco, io potrei chiudere questa pillola libroterapica così, senza approfondire la lezione, perché ritengo che questo libro debba essere letto a prescindere.

In verità – colpo di scena! – ci sono molti rimandi alla lezione, come sempre molto molto interessante, di Gianluca.

La protagonista del romanzo è una dodicenne – della quale non conosceremo il nome e che verrà sempre chiamata l’arminuta, che in dialetto abruzzese significa “la ritornata”, che viene riportata da colui che fino a quel momento era il padre, alla famiglia naturale.

Famiglia di cui non conosceva l’esistenza: i genitori, i fratelli maggiori, la sorella, un mondo nuovo e diversissimo da quello in cui aveva vissuto.

Dopo la confusione iniziale, lo spaesamento e il tentativo di comprendere il perché di quanto avvenuto, viene investita con violenza dalla consapevolezza di essere stata abbandonata per ben due volte ma il dolore provato sarà poi il motore per comprendere la ragione di quanto avvenuto – soprattutto il perché del secondo abbandono – e di una crescita emotiva e personale importante.

Certo non dimenticherà e di quella cicatrice rimarrà traccia.

L’arminuta è un romanzo prezioso, evocativo, vivo e vero.

Un romanzo scritto con sapienza, la cui bellezza ti avvolge in un abbraccio caldo e avvolgente, un romanzo che emoziona e che lascia chi legge colmo di gratitudine.