il potere di non aver nulla da perdereLucia mi chiese un consulto psicologico diversi anni fa. Era stanca del suo lavoro in un’azienda informatica. Stare tutto il giorno davanti al computer non era mai stata la sua ambizione, ma, nonostante questo, le riusciva bene e il capo le aveva affibbiato sempre più responsabilità portandola a lavorare molto più delle 8 ore giornaliere da contratto. Inoltre non riusciva a staccare la spina, e le preoccupazioni lavorative invadevano i suoi pensieri anche durante i giorni liberi. D’altronde si trattava di un lavoro a tempo indeterminato in un’azienda solida e se l’avesse lasciato non avrebbe avuto valide alternative.

Il suo sogno professionale era di lavorare in agenzia che organizza eventi, settore per cui aveva studiato, ma le opportunità lavorative trovate finora erano pari a zero e, soprattutto, non aveva materialmente tempo per cercarle; quando tornava a casa era sfinita, e il solo pensiero di mettersi nuovamente davanti al computer la nauseava.

In ogni caso voleva licenziarsi, sentiva essere la scelta giusta, ma non ne aveva il coraggio: il solo pensiero la metteva nel panico.

Chiesi se poteva chiedere un part-time in modo da avere tempo libero per cercare un’altra occupazione ed essere comunque economicamente protetta, ma disse che il capo non lo concedeva a nessuno, nemmeno alle neo-mamme.  Vagliammo perciò un piano d’azione alternativo per cercare nuove opportunità professionali. Lucia mi salutò dicendomi che mi avrebbe ricontattato quando avrebbe fatto i passi di cui avevamo discusso.

Non passarono settimane, ma alcuni anni prima di ricontattarmi.

Quando entrò in studio disse che finalmente aveva affrontato il suo capo e gli aveva detto che si sarebbe licenziata. Sapeva che avrebbe dovuto farlo prima, ma in tutto quel tempo non ce l’aveva fatta e quasi si scusava con me per non esserci riuscita. Dalla volta precedente, tra l’altro, il capo le aveva affibbiato ulteriori responsabilità e carichi di lavoro, costringendola a lavorare ancora di più.

Da una parte sono sollevata, ma dall’altra sono in preda al panico, – mi disse. – Non ho alternative, ho messo da parte qualche soldo, ma non potrò stare a lungo senza lavorare.

Come l’ha presa il suo capo? – chiesi.

Non se l’aspettava. Ha fatto di tutto per convincermi a restare. Ma ho detto che la mia decisione era irrevocabile.

Bene, Lucia. Dal momento che ha deciso di licenziarsi, lei non ha più nulla da perdere nei confronti dell’azienda. Possiamo quindi ragionare con libertà a quale possa essere il modo migliore per passare dal suo attuale lavoro e quello che desidera.

Valutammo insieme la situazione: ciò che le avrebbe permesso di vivere con più serenità questo momento di transizione sarebbe stato ottenere o un part-time, in modo da avere tutto il pomeriggio libero per dedicarsi alla ricerca del lavoro e alla formazione, oppure una aspettativa di 6 mesi, in modo che se non avesse trovato nulla di meglio aveva la garanzia di mantenere il posto di lavoro.

Alla fine del ragionamento dissi a Lucia: – Perfetto, non avendo nulla da perdere, può andare dal suo capo e fare la richiesta che vuole.

Lei mi guardò perplessa. – Ma come? Gli ho appena detto che mi licenzio!

Vero, ma hai valutato una soluzione migliore e puoi ritrattare – dissi.

La volta successiva, Lucia mi raccontò di aver affrontato nuovamente il capo con le nuove proposte. Sorprendentemente lui ha risposto che avrebbe accettato entrambe le opzioni, anche se preferiva, tra le due, concederle il part-time.

E così Lucia ottenne ciò che non era mai stato concesso in quell’azienda e cominciò a lavorare part-time, alleggerendo il carico di lavoro e le responsabilità. Aveva ora tutto il pomeriggio per dedicarsi alla ricerca del lavoro, seguire i suoi interessi e perfezionarsi nel settore che più le piaceva.

Insomma, non avendo più nulla da perdere, Lucia puntò al massimo, e lo ottenne.

L’esempio può esserci d’aiuto per superare quel senso di disperazione e impotenza che viviamo quando qualcosa ci va male e non vediamo via d’uscita: a quel punto abbiamo un forte potere in mano e possiamo utilizzarlo per cercare di ottenere ciò che desideriamo. Male che vada non otteniamo niente, ma allo stesso tempo non per perdiamo niente.

In definitiva, le cose possono solo migliorare.

Esercizi e suggerimenti

Durata: 1 minuto.

Frequenza: al bisogno.            

Obiettivo: riconoscere e utilizzare il potere del non aver nulla da perdere.

Azione:  quando ti accorgi di essere in una situazione in cui non hai più nulla da perdere, analizza quali cambiamenti potrebbero ribaltare  o trasformare la situazione e cosa potresti fare. A quel punto, senza pensarci troppo sopra, metti in atto le azioni individuate.

Ad esempio, se sei disposto a licenziarti perché il tuo capo non ti paga gli straordinari e ti sfrutta, vai nel suo ufficio e chiedi un aumento; se la relazione con il tuo partner è alla frutta perché non ti dà ciò di cui hai bisogno e hai deciso di chiuderla, comunicagli cosa deve cambiare per continuare a stare insieme; se sei così depresso che pensi di farla finita perché tutto va male, decidi di cambiare drasticamente e inseguire i tuoi sogni.

Il consiglio del biblioterapeuta

joshua ferris e poi siamo arrivati alla fineJoshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine (Neri Pozza, 2005)

“In definitiva le cose possono migliorare”.

Siamo stati tutti Lucia, chi più e chi meno. Credo che chiunque abbia provato, almeno una volta, il desiderio fortissimo di cambiare il proprio lavoro, di modificare quelle abitudini incancrenite dal tempo, di allontanarsi da colleghi pigri e inoperosi quando non propriamente piacevoli e simpatici.

Anche quando il lavoro che si svolge è quello desiderato da sempre, quello per cui ci si è impegnati.

Ad un certo punto scatta qualcosa in noi e si vuole azzerare tutto per iniziare un nuovo percorso.

Le ragioni possono essere diverse: cambi di prospettiva, nuovi desideri e ambizioni, stanchezza: ognuno ha le proprie.

Il lavoro è senza dubbio un tema che tocca indistintamente tutti perché è ciò che ci sostiene economicamente, permettendoci di affrontare la quotidianità con relativa serenità.

Certo – non è possibile metterlo in dubbio – ci sono anche altre “cose” importanti ma sono tutte allo stesso livello di importanza.

Questa lezione mi ha subito fatto pensare a E poi siamo arrivati alla fine (Beat) di Joshua Ferris, letto diversi anni fa in un momento di mia crisi lavorativa, una delle tante come l’attuale.

È un romanzo corale ambientato in una agenzia pubblicitaria di Chicago e ha come protagonisti i suoi impiegati. Ognuno con una propria storia personale che però nel contesto lavorativo si modifica per assumere una nuova forma, differente.

L’autore, per sottolineare ciò, utilizza un inusuale prima persona plurale per sviluppare il racconto, annullando così il singolo per il gruppo che diventa un organismo unico composto da unità diverse ma legate tra loro.

Tutto conoscono tutto di tutti, i pettegolezzi, i problemi personali, le idiosincrasie, le simpatie e le antipatie, ciò che amano e con chi hanno rapporti preferenziali, le ambizioni e le difficoltà.

Un universo parallelo alla realtà fuori dall’ufficio, con dinamiche e meccanismi indipendenti e con regole stabilite e subite. Un universo che verrà messo in discussione quando un singolo deciderà di rompere quell’equilibrio, aspirando a qualcosa di diverso a cominciare dalla propria individualità.

E poi siamo arrivati alla fine è un romanzo atipico che, proprio per il tema che affronta, può mettere in discussione il lettore sul proprio approccio al lavoro.

Come enunciato nella lezione, noi abbiamo sempre la possibilità di ottenere ciò che vogliamo, andando anche per tentativi ma permettendoci di spezzare le catene e andare oltre i limiti che spesso siamo proprio noi a imporci. Non abbiamo nulla da perdere appunto, conviene rischiare quando il rischio è valutato.

E questo non vale solo per il lavoro.

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