Passi i giorni a ragionare, fai progetti e misuri ogni passo con attenzione, ma tanto poi la vita ti arriva addosso a valanga e ti sbatte dove le pare, in fondo al tuo destino incasinato. È così e lo sappiamo bene, eppure facciamo finta di no, e ogni mattina ci alziamo e ricominciamo il nostro lavoro serio e preciso, come i direttori d’orchestra che salgono sul palco eleganti col leggio e lo spartito e la bacchetta in mano, e quell’espressione fiera e convinta che li rende le persone più antipatiche dell’universo.

E insistiamo a dirigere il nostro concerto mentre la vita ci butta addosso tempeste e bufere, tuoni che sfondano i timpani e un vento che ci prende a schiaffi, spazza via i fogli del leggio, ci straccia la giacca e i pantaloni e ci lascia in mutande. E intanto noi tutti concentrati continuiamo a muovere la nostra bacchetta nell’uragano finché un altro colpo di vento non ce la strappa di mano, e quello dopo finalmente è l’ultimo perché si porta via anche noi e addio.

È così che va…

(Fabio Genovesi, Il mare dove non si tocca)

in prigioneUn po’ cupa, come visione della vita, ma rende bene a mio avviso il fatto che, per quanto possiamo illuderci di controllare tutto, alla fin fine controlliamo ben poco.  Ma ancora di più il fatto che la vita non è una favola a lieto fine della serie “e vissero tutti felici e contenti”, no, la vita è impegnativa e la felicità va costruita e alimentata di giorno in giorno, navigando in periodi col cielo sereno e il vento in poppa e in altri, purtroppo, in mezzo alla bufera e controvento.

Avere una visione realistica della vita è fondamentale per stare bene. Per realistica non intendo quella del pessimista che è convinto di vivere in una valle di lacrime e sangue, no. Per realistica intendo quella della persona con un buon principio di realtà: sapendo cosa è sotto il proprio controllo e cosa non lo è, consapevoli che gli imprevisti fanno parte del gioco, esattamente come, giocando a Monopoli, il pescare la carta che ci indica di andare direttamente in prigione senza passare dal Via. Se capita, sebbene possiamo provare delusione, sconforto o dispiacere, accettiamo la nostra sorte senza prendercela troppo.

E così dovremmo fare con la vita. Riconoscere che è fondamentalmente ingiusta (ed è sufficiente entrare in un reparto oncologico pediatrico per averne la prova). Quando la cattiva sorte ci colpisce possiamo prendercela, reagire con rabbia, arrenderci nell’impegno a migliorarci e a migliorare il mondo intorno a noi, ma questo peggiorerebbe solo le cose.

E allora cosa fare?  Be’, come al Monopoli: aspettiamo il nostro turno, usciamo di prigione e continuiamo a giocare.

In fondo anche la ruota della fortuna gira.    

Esercizi e suggerimenti

Durata: 1 minuto.

Frequenza: quando capita.

Obiettivo: riconoscere e modificare le aspettative non realistiche della vita.

Azione: fai attenzione alle aspettative, a volte inconsapevoli, che nutri su come “dovrebbe” andare il mondo o di come “dovrebbero” comportarsi gli altri. Te ne puoi accorgere ogni volta che ti senti vittima di un’ingiustizia o deluso da ciò che sarebbe dovuto accadere. Qual è l’aspettativa “nascosta” che alimenta il senso di ingiustizia e la delusione? Si tratta di un’aspettativa realistica, basata su fatti e verità, oppure si fonda su di una visione ideale della vita? Come posso modificarla in modo che rappresenti una fotografia reale di come vanno le cose?

Se ad esempio ogni volta che stai per attraversare la strada sulle strisce pedonali te la prendi con tutti i guidatori che non si fermano per darti la precedenza, puoi identificare l’aspettativa “nascosta” in: tutti i guidatori devono rispettare il codice della strada. Se osservi ciò che realmente succede, puoi renderti conto di quanto questa aspettativa sia ideale, e che il codice stradale, purtroppo, non venga rispettato da tutti. Puoi a questo punto modificare l’aspettativa in: non tutti i guidatori rispettano il codice della strada, di conseguenza, nonostante come pedone abbia la precedenza, solo alcuni sono così cortesi da rispettarla. A questo punto nota come cambia la tua reazione emotiva quando ti troverai sulle strisce pedonali. Chissà, magari ti accorgerai di come il mondo sia pieno di guidatori cortesi!

Avvertenza! Abbracciare una visione realistica della vita non significa abbandonare un comportamento equo e giusto (“siccome lo fanno gli altri lo faccio anche io!”) o di continuare a fare la propria parte affinché le cose possano cambiare. Significa solo accettare la realtà per quello che è, farsene una ragione e sapere fino a dove possiamo incidere su ciò che ci capita.

Il consiglio del biblioterapeuta

delphine de vigan gli effetti secondari dei sogniDelphine De Vigan, Gli effetti secondari dei sogni (Mondadori, 2009)

Spesso, spessissimo, mi sono ritrovato a pensare con estrema convinzione che la vita fosse una merda, quindi con lo sguardo tipico del “pessimista che è convinto di vivere in una valle di lacrime e sangue”, una definizione questa di Gianluca di una precisione chirurgica e senza dubbio, nel suo essere vera, devastante.

Confesso che questa visione non mi ha attraversato durante l’adolescenza, in quel periodo dell’esistenza caratterizzato da stati d’animo “apocalittici”, ma in un recentissimo passato, con l’unica differenza che l’età mi ha reso più consapevole, aiutandomi così a smussare gli angoli e a ridefinire la vita in un’ottica più possibilistica e positiva.

Sono però certo che non si debba mai smettere di mantenersi vigili e attenti agli attacchi che da fuori o da dentro possono arrivare a indebolirci, mettendoci in difficoltà rispetto alla nostra capacità di reazione.

Modificare le aspettative, imparando a distinguere quelle realistiche da quelle che non lo sono, contestualizzandole e dando loro il “giusto nome”, può venirci in aiuto.

Gli effetti secondari dei sogni, a cominciare dal titolo evocativo, può permetterci di vedere quale sia la linea che separa le due.

Lu Bertignac ha dodici anni ed è una ragazzina molto capace e intelligente al punto di frequentare la prima classe del liceo nonostante sia così piccola.

Non è molto amata dai compagni che la snobbano per la differenza di età e soprattutto per il suo essere la prima della classe, la più brava.

Tutto questo fa soffrire Lou, facendola sentire diversa e isolata.

Alle spalle la giovanissima ha una famiglia benestante che non le fa mancare nulla tranne il calore e l’affetto.

Un velo di mestizia e dolore, come una patina di polvere sui mobili di una casa abbandonata, ricopre i suoi genitori rendendoli distanti: la madre soffre di depressione dopo la morte della sorellina, mentre il padre si sente un fallito come uomo, padre e marito.

Lou dopo l’assegnazione di un compito di scienze sociali sui senza fissa dimora, decide di conoscere Nolween – una squatter poco più grande di lei che ogni mattina incontra in stazione – e con la scusa di intervistarla un po’ alla volta ne vince la diffidenza costruendo con lei un rapporto di amicizia.

La realtà però è diversa dai sogni, di qualsiasi tipo essi siano, e può determinare delle conseguenze inaspettate.

L’unico modo per non rimanerne travolti è riconoscerlo e conviverci, senza diventare cinici o pessimisti, come sempre con una consapevolezza attiva.

La ragazza incarna perfettamente quanto evidenziato nella lezione e leggere il romanzo può permettere al lettore, anche al più cupo, di modificare il proprio punto di vista sull’esistenza.

Lou è certo un‘adolescente, e quindi ha un’età che si apre al futuro e alla possibilità, ma il cambiamento in meglio è accessibile a tutti a ogni età.

Cambiando il proprio approccio lo è ancora di più.

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