posturaIl mio studio si trova al primo piano. Quando apro la porta per accogliere un cliente osservo il modo in cui sale le scale che, quasi sempre, rileva correttamente lo stato d’animo che mi porterà in seduta. Quando sale lento guardandosi i piedi, sai che ti aspetta un incontro all’insegna della depressione, quando sale gli scalini a due a due e ti guarda negli occhi, ti racconterà di un cambiamento positivo o di qualcosa di piacevole, quando il suo incedere è calmo e assorto come se non ci fossi, spesso ti dice di non avere un argomento preparato, quando apri la porta e te lo trovi già sul pianerottolo mentre respira affannosamente sai che l’ansia pervaderà la prossima ora.

Il corpo nel suo movimento e nella sua postura ci fornisce molteplici elementi per cogliere lo stato mentale di chi abbiamo di fronte ma spesso dimentichiamo (o siamo del tutto inconsapevoli) di quanto lo stato mentale sia esso stesso influenzato dal corpo e di come, modificando la postura o il semplice modo di camminare, le nostre emozioni cambino.

La relazione tra la mente e il corpo è infatti circolare, il loro confine è permeabile e sarebbe più appropriato considerarli un’unica entità, identica e inseparabile: la mente influenza quello che fa il corpo, esattamente come ciò che fa il corpo influenza la mente.

Su questo tema, la psicologa sociale Amy Cuddy ha condotto un interessante esperimento a Berkeley per verificare come la nostra postura influisce sul nostro modo di pensare e di sentire noi stessi. La domanda che si è posta era: se assumo una certa postura, per esempio una postura di forza, questa postura può cambiare la fisiologia a tal punto da farmi sentire effettivamente forte?

A livello fisiologico, quando si parla di forza e di debolezza, gli studi rivelano che ci sono differenze su due ormoni chiave: il testosterone, che è l’ormone della dominanza, e il cortisolo, che è l’ormone dello stress. I maschi alfa più forti nelle gerarchie dei primati hanno testosterone alto e cortisolo basso, esattamente come, negli esseri umani, i leader forti ed efficaci.

A questo punto quello che Amy Cuddy ha fatto, in collaborazione con Dana Carney, è stato di chiedere alle persone in laboratorio di adottare per due minuti una postura di forza elevata o una postura di debolezza. Prima e dopo averlo fatto ha raccolto la saliva in una provetta per verificare il livello di testosterone e di cortisolo.  

I risultati indicano che il testosterone nelle persone che adottano una postura di forza aumenta di circa il 20% e nelle persone che adottano una postura di debolezza si riduce di circa il 10%. Per quanto riguarda il cortisolo,  nelle persone con forza elevata subisce una riduzione del 25% circa e nelle persone con debolezza aumenta di circa il 15%. 

Solo due minuti di postura portano a questo cambio ormonale che configura il cervello ad essere assertivo, fiducioso e a proprio agio, o molto meno reattivo allo stress.

Insomma basta assumere la postura corretta e mantenerla per qualche minuto per produrre quei cambiamenti fisiologici che ci porterà a sentirci davvero forti

E come numerosi altri studi dimostrano, questo vale per tutta la gamma delle emozioni. Basta alzare lo sguardo, stare dritti, camminare a grandi passi, sorridere o stringere la mano in modo fluido per cambiare l’umore, farci sentire bene e felici!

In definitiva si tratta del metodo Stanislavskij applicato alla vita!

Lasciare che il corpo finga e stupirsi degli effetti!

 

Guarda l’intero video TED Talk di Amy Cuddy.

Esercizi e suggerimenti

Durata: 3 minuti

Frequenza: al bisogno

Obiettivo: modificare il proprio stato d’animo attraverso il corpo.

Azione: individua il tipo di emozione, di stato d’animo o di atteggiamento che vuoi acquisire. A questo punto, esattamente come se fossi un attore che applica il metodo Stanislavskij chiediti: “Se provassi davvero questa emozione, questo stato d’animo o fosse per me naturale questo atteggiamento, come mi comporterei? Quale sarebbe la mia postura? Come mi muoverei nello spazio? Dove rivolgerei lo sguardo e come? Quale sarebbe l’espressione del mio viso? Come sarebbe la mia gestualità? Come camminerei?”

A questo punto comportati come se provassi quell’emozione, quello stato d’animo e ti fosse naturale quel tipo di atteggiamento.

Ispirati a modelli intorno a te che impersonano bene nel loro comportamento non verbale ciò che desideri. Chiedi inoltre suggerimenti sinceri a chi ti conosce bene per diventare più consapevole di che cosa esprime agli altri il tuo modo di muoverti e la tua postura e se lo ritieni opportuno correggili. Puoi inoltre guardare con attenzione dei video che ti riprendono a tua insaputa e farti un’idea tu stesso.

Consolida quei cambiamenti corporei che ti fanno star meglio ripetendoli fino a quando diventano spontanei e naturali. Sostituisci invece quelli inefficaci con altri che meglio si adattano alla tua personalità.

Il consiglio del biblioterapeuta

il primo dio - emanuel carnevaliEmanuel Carnevali, Il primo dio (Adelphi, 1978)

Ne Il primo dio c’è una scena in cui Emanuel Carnevali decide di cimentarsi nella declamazione di alcune sue poesie davanti ad un pubblico.

Il suo inglese stentato, l’accento straniero che contraddistingue il suo parlare e soprattutto la sua figura, contratta in uno stato di tensione che non è solo causata solo dall’ansia per quel mostrarsi, a nudo con la sua arte, davanti ad un pubblico di sconosciuti che lo osservano, sono lo specchio del malessere profondo che lo sta segnando.

“Il corpo nel suo movimento e nella sua postura ci fornisce molteplici elementi per cogliere lo stato mentale di chi abbiamo di fronte, ma spesso dimentichiamo (o siamo del tutto inconsapevoli).”

Queste parole spiegano in modo preciso cosa stia capitando a Carnevali in quel momento.

Ho conosciuto questo straordinario personaggio, che ha trasformato la sua vita in vero e proprio romanzo, ascoltando “Il primo dio” un brano dei Massimo Volume.

M’incuriosii e cercai di capire chi fosse facendo alcune ricerche, scoprendo con grande stupore che “il primo dio” era l’unica sua opera mai pubblicata (postuma).

Carnevali giunse negli Stati Uniti ancora sedicenne dopo essersi allontanato dalla casa paterna e causa dell’esasperato conflitto con un padre rigido e autoritario.

La sua inquietudine era già da qualche tempo palese e incontenibile.

La fuga a New York fu un tuffo nel vuoto per un giovane uomo disposto a tutto per affermarsi. Senza conoscere una parola di lingua inglese, iniziò a fare lavoretti di ogni tipo e a vivere di espedienti con l’unico scopo di dedicarsi alla poesia.

Grazie ad una caparbietà e a un’innegabile forza di volontà, dopo aver imparato la lingua iniziò a frequentare alcuni circoli letterari e a confrontarsi con alcuni poeti americani.

Poi gli stenti e l’evidente difficoltà a mostrare con forza al mondo il suo talento iniziarono a segnarlo nel fisico e nella psiche, diventando – probabilmente – anche una delle cause della malattia che lo avrebbe portato alla morte, dimenticato, una volta ritornato in Italia.

Il libro edito da Adelphi – quello che oggi sarebbe definito un memoir – racconta questa vita complicata, segnata da eccessi irrazionali e da esplosioni di creatività, considerata da Carnevali incompiuta per non avere ottenuto un giusto riconoscimento alla sua poesia.

Proprio lo stato d’animo e le insicurezze emerse durante il reading poetico in quel locale rappresentano in modo chiaro quanto il corpo diventi espressione di un sentire complesso che risiede nella mente.

Se l’atteggiamento fisico di Carnevali fosse corrisposto a una reale consapevolezza del suo valore, forse non avrebbe ricevuto quei fischi e forse la sua vita avrebbe potuto realizzarsi in modo diverso, più forte e solida nonostante le difficoltà.

Certamente per il lettore il dubbio rimarrà, ma avrà scoperto un personaggio che non può non colpire, un personaggio che permetterà di ribaltare su di noi quelle domande, scoprendo quando e dove abbiamo avuto lo stesso atteggiamento aiutandoci a modificarlo.

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