Gianluca Antoni

Psicologo Psicoterapeuta Ipnotista, Scrittore, Career Coach, Formatore

Author: Gianluca Antoni (page 1 of 18)

# 036 – Il potere dell’emozione

il potere dell'emozioneEntrai in classe trafelato, nonostante fossi in ritardo, con mia sorpresa, non ci trovai nessuno. Dovevo tenere una lezione ad alcuni insegnanti all’Istituto Alberghiero di Senigallia e quei pochi minuti di ritardo non potevano essere il motivo per cui tutti gli allievi erano “spariti”. Magari ho sbagliato giorno, pensai. Così aprii l’agenda e controllai la data: sì, era giusta, 11 settembre 2001 ore 15.

Nell’attesa che qualcuno comparisse, accesi il computer e il videoproiettore. Mi accorsi allora di un silenzio irreale come se la scuola fosse vuota. Andai all’ingresso e non vi trovai nessuno, nemmeno un bidello. Dov’erano tutti?

Mi incamminai lungo il corridoio e vidi in fondo diverse persone, tra cui gli insegnanti che dovevano essere alla mia classe, che sbucavano da un’aula. Guardavano all’interno e non si accorsero del mio arrivo. Quando li raggiunsi capii il motivo. Fissavano attoniti il piccolo televisore sull’angolo che trasmetteva le immagini agghiaccianti dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle.

Era stata da poco colpita la seconda torre. Rimasi allibito e chiesi delucidazioni. – È la terza guerra mondiale, – mi sentii rispondere dal preside della scuola. Continue reading

# 035 – Il potere dell’immaginazione

il potere dell'immaginazioneA volte in terapia accadono degli episodi che a raccontarli sembrano davvero buffi ma a viverli, credetemi, mettono in crisi, e non poco. Tempo fa venne da me un uomo che soffriva di continui attacchi di panico a tal punto da non uscire di casa se non accompagnato da un familiare. Durante una seduta, improvvisamente, inizia a respirare affannosamente e mi dice che gli sta salendo un attacco di panico.

– Dottore, la prego – dice, – mi schiaffeggi!

– Cosa? – rispondo incredulo.

– L’unico modo per bloccare l’attacco di panico è che qualcuno mi schiaffeggi, – mi spiega. – Mi deve dare uno schiaffo forte in faccia. Anche più di uno se necessario. La prego! – mi implora.

– Non posso farlo – rispondo, mentre mi si prospetta lo scenario di io che lo schiaffeggio e dei carabinieri che mi portano un avviso di garanzia per maltrattamenti.

– L’autorizzo io, – ribatte, sempre più agitato. – Due schiaffi, forti, ben assestati, e l’attacco passa immediatamente. Mi aiuti! Continue reading

# 034 – 6 consigli per colmare il senso di vuoto

Perché il vuoto vero è una cosa tremenda. Il vuoto vero non è il niente. Il niente è troppo poco.

Per dire, ecco due scene.

Uno: arrivi in una camera d’albergo e apri un cassetto per metterci la tua roba, il cassetto è vuoto e cominci a infilarci mutande magliette e calzini.

Due: torna a casa tua, nel cassetto più basso dell’armadio tieni tutti i soldi che hai, nascosti in una scatola di scarpe. Ti pieghi, lo apri, il cassetto è vuoto.

Ecco, questi sono due cassetti, e tutti e due sono vuoti. Ma sono la stessa cosa?

Non penso proprio.

Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa. Qualcosa di importante, che c’è sempre stato, poi a un certo punto guardi e ti accorgi che quella cosa non c’è più…

Ecco, questo è il vuoto.

(Fabio Genovesi, Esche vive)

senso di vuotoAvevo appena finito di trascrivere questo brano quando Giacomo, entrato nel mio studio e sedutosi sulla poltrona, ha esordito con queste parole: – Sono state due settimane terribili, ho sentito un vuoto incredibile, non avevo voglia di far nulla, solo di dormire tutto il giorno e, terrificante a dirlo, di morire.

Sebbene sia rimasto un po’ sorpreso da questo esordio – anche se, data la frequenza con cui capitano, la sincronicità nei pensieri in terapia non dovrebbe più stupirmi – ho colto al balzo l’occasione per lavorare su quel senso di vuoto.

Giacomo è un manager aziendale che si era rivolto a me preoccupato per un abuso di alcol e di cibo che nell’ultimo periodo non riusciva più a controllare. Inizialmente non pensava che lo psicologo potesse aiutarlo, in fondo aveva sempre risolto i problemi per conto suo, ma un tentativo, magari solo per imparare a gestire lo stress che il lavoro gli dava, si poteva fare e, di sicuro, avrebbe tranquillizzato la sua famiglia che era molto preoccupata per il suo stato di salute. Continue reading

# 033 – Le palle da golf, prima

palla da golfQuando Paolo venne da me aveva quasi quarant’anni, una casa di proprietà, un lavoro a tempo indeterminato. Sognava di incontrare l’anima gemella e di avere dei figli, ma la sua timidezza lo portava a rifuggire ogni tipo di attività sociale. Quando non lavorava si dedicava alle faccende domestiche. Era maniaco della pulizia e dell’ordine, curava il giardino, si cimentava in tanti piccoli hobbies che gli riempivano il tempo ma non lo appagavano appieno. Gli piaceva correre e lo faceva metodicamente tutti i giorni. Il week-end preferiva riposare per ricaricarsi in vista della settimana di lavoro successiva piuttosto che uscire con gli amici. Era parsimonioso, e utilizzava i soldi che metteva da parte per abbattere la rata del mutuo. Non si concedeva svaghi o vacanze. Né tantomeno attività che gli sarebbe piaciuto svolgere ma che richiedevano un piccolo investimento economico. La sua educazione lo aveva spinto a seguire il principio “prima il dovere e poi il piacere”.

E quando venne da me, chissà com’è, si sentiva infelice.

Aveva la sensazione che la sua vita era già piena e che non ci fosse spazio per dedicarsi a ciò che era davvero importante.

Con il passare del tempo mi accorsi che Paolo era un maestro nell’arte di rimandare. C’era sempre qualcosa di poco conto che si interponeva tra lui e i suoi sogni. Anche se si dava degli obiettivi come ad esempio contattare una ragazza che gli piaceva, trovava sempre qualcosa da fare che gli impediva di agire.

Un giorno, di fronte all’ennesimo ostacolo a mio avviso insignificante, mi venne in mente una storiella che girava in internet. Gliela raccontai. Continue reading

# 032 – Alchimia per figli con genitori imperfetti

alchimia per genitori imperfettiEravamo circa 300 in quella sala conferenze. Sul palco Roy Martina, medico psicologo, autore di numerosi best-seller dedicati alla salute e al benessere, che a un certo punto pone alla platea la seguente richiesta: “chi di voi ha, o ha avuto, genitori perfetti, per favore, alzi la mano!”.

Io penso ai miei, di genitori: sebbene a loro modo siano bravi, di certo non sono perfetti. Perciò tengo il braccio abbassato. Mi guardo intorno e mi rincuoro. Sono pochi i fortunati che hanno alzato la mano, poco più di dieci. E tra questi Roy Martina.

Ironicamente lui commenta: “Vedo che le persone fortunate in questa sala sono veramente poche!

La platea sorride, ma quel sorriso amaro, di chi non ci sta a sentirsi sfortunato. In fondo i genitori non ce li scegliamo e, soprattutto, non è colpa nostra se sono imperfetti.

Roy Martina, forse consapevole dello sconforto sceso in sala, continua. Continue reading

# 031 – Il potere del qui ed ora

qui ed oraElia ha tre anni e mezzo ed è uno di quei bambini che per mangiare gli devi stare dietro. Sono pochi i cibi che mangia con gusto e nella giusta quantità, e durante i pranzi e le cene fa un sacco di storie per finire ciò che ha nel piatto. Se fosse paffutello non sarebbe un problema, ma è magrolino e in questa fase della crescita è fondamentale che abbia una buona alimentazione.

Quando ieri sera ha manifestato un gran piacere nel mangiare delle grosse olive verdi e le richiedeva continuamente alternandole con il pesce e le patate che aveva nel piatto, lo guardavamo piacevolmente stupiti. Elia ha voluto il barattolo vicino a sé, in modo da prenderle da solo.

Mia moglie, osservando il gusto con cui Elia mangiava, quando ha visto il barattolo quasi vuoto gli ha detto:

– Visto che ti piacciono così tanto, quando vado a fare la spesa te ne comprerò ancora.

Elia ha guardato il barattolo. C’erano due olive rimaste. Poi ha alzato la testa e le ha risposto.

– Mamma, ma ci sono ancora!

Mia moglie mi ha guardato sorridendo. – Gianlu, questo è un altro bell’insegnamento per noi adulti! Ci devi scrivere una delle tue lezioni, – mi fa.

E ora eccomi qua. Continue reading

# 030 – Quando arrossire è un disturbo: cosa fare

arrossireQuando Anna venne in studio non ne poteva più di arrossire. Appena si emozionava diventava rossa peperone in un battibaleno.  Gli altri lo notavano e glielo facevano presente.

Anna, che ti succede? – le chiedevano.

E lei odiava questa domanda. La faceva vergognare ancor di più. E più si vergognava e più arrossiva. E più arrossiva e più odiava se stessa per questa sua debolezza e per l’incapacità di potersi controllare. Perché non era come tutti gli altri che arrossiscono in modo normale e solo in situazioni davvero emozionanti? Cosa c’era di sbagliato in lei?

Questo problema le creava un forte disagio, non solo in situazioni sociali in cui incontrava sconosciuti ma ormai anche con gli amici e a scuola.

Pensava non si potesse fare niente al riguardo, e che fosse condannata a vivere questo “difetto”.

Mi raccontava tutto questo con le lacrime che le rigavano il suo bel viso, naturalmente di un colore rosso acceso.

Non era mai stata da uno psicologo, era stanca di star male ma era anche convinta che non si potesse fare granché per il suo disturbo.

E se ti sbagliassi? – chiesi.

Lei strabuzzò gli occhi sorpresa. – Dice sul serio? Io non ho il controllo sul mio arrossire. Come è possibile farlo?

Continue reading

# 029 – Dove si trova la felicità?

tal ber shaharTal Ben-Shahar a 16 anni vinse il campionato israeliano di squash. Si era preparato e allenato per ben 5 anni per raggiungere quell’obiettivo. E nei 5 anni di preparazione, con tutti i sacrifici richiesti, immaginava che vincere il titolo lo avrebbe reso felice. E così è stato, nelle prime ore dopo la vittoria.

Finiti i festeggiamenti, a Tal Ben-Shahar, solo nella sua stanza, improvvisamente e senza preavviso, quella sensazione di felicità è sparita per far posto a una sensazione di vuoto trasformatasi presto in lacrime di dolore e impotenza. Lì per lì giustificò questa reazione come il naturale contraccolpo dell’euforia, quando la tensione si allenta dopo un lungo periodo di stress, ma lo sconforto non diminuì con il passare del tempo, anzi continuò a crescere.

Era possibile che la felicità durasse così poco? E se non riusciva ad essere felice dopo aver raggiunto quel traguardo tanto ambito, come era possibile ottenere una felicità duratura? Continue reading

# 028 – Il primo assioma per star bene con gli altri

star bene con gli altri 01Mio padre era un tipo burbero; quando discutevi con lui, se il tuo pensiero dissentiva dal suo, alzava la voce, diventava giudicante, non ascoltava le tue ragioni e ci metteva un attimo a dire che non capivi un bel niente. Durante l’adolescenza mi scontravo con lui, la pensavo diversamente, ma per quanto tentassi di dire la mia, di fronte alla sua ottusità giudicante, mi bloccavo. Mi saliva una rabbia che si bloccava in gola e che mi inumidiva gli occhi, e l’ultima cosa che avrei voluto era di farmi vedere piangere. Così uscivo dalla stanza, mi rifugiavo in camera dove davo libero sfogo alle mie lacrime di frustrazione.

Con il passare del tempo iniziai a pensare che fosse impossibile comunicare con lui. Evitavo a priori qualsiasi discussione, tanto mio padre non era in grado di comunicare con me: non era aperto, era poco empatico, voleva solo aver ragione lui, in più mi giudicava negativamente, sempre. Con grande rammarico mi ero convinto che non ci fosse speranza; il nostro rapporto era destinato a raffreddarsi sempre di più e inevitabilmente ad allontanarci. Continue reading

# 027 – Cosa fare con quella parte di te che dice “Non ce la faccio!”

non ce la faccioMarco ha paura. Ha grandi sogni, un talento artistico, un progetto concreto di andare all’estero per fare qualche mostra. Nel suo percorso terapeutico sta lavorando per assecondare questa parte creativa e originale che fin da piccolo lo ha fatto sentire diverso dalla media, questa parte di sé spesso relegata in secondo piano per far posto alle aspettative dei genitori e della società in genere di essere inquadrato, di avere un lavoro fisso, di essere un po’ come tutti gli altri. Assecondare questa parte significa avere coraggio, rompere gli schemi, credere in se stessi quando molti ti danno contro, investire nel proprio talento e “buttarsi”.

Qualche giorno fa mi racconta di questa vocina interiore che compare ogni volta che deve fare un passo verso il suo sogno, una vocina che dice “non ce la faccio” e che lo blocca e gli impedisce il cambiamento. Una sorta di sabotatore interno che gli impedisce di spiccare il volo.

Marco non è l’unico a possedere questa vocina interiore. Il “non ce la faccio” ci accompagna un po’ tutti, e spesso diventa l’ostacolo più ostico da superare per perseguire i nostri sogni. Cosa fare? Continue reading

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