Gianluca Antoni

Psicologo Psicoterapeuta Ipnotista, Scrittore, Career Coach, Formatore

Tag: biblioterapia (page 1 of 4)

# 048 – Testa alta e sguardo dritto: come il corpo cambia la mente

posturaIl mio studio si trova al primo piano. Quando apro la porta per accogliere un cliente osservo il modo in cui sale le scale che, quasi sempre, rileva correttamente lo stato d’animo che mi porterà in seduta. Quando sale lento guardandosi i piedi, sai che ti aspetta un incontro all’insegna della depressione, quando sale gli scalini a due a due e ti guarda negli occhi, ti racconterà di un cambiamento positivo o di qualcosa di piacevole, quando il suo incedere è calmo e assorto come se non ci fossi, spesso ti dice di non avere un argomento preparato, quando apri la porta e te lo trovi già sul pianerottolo mentre respira affannosamente sai che l’ansia pervaderà la prossima ora.

Il corpo nel suo movimento e nella sua postura ci fornisce molteplici elementi per cogliere lo stato mentale di chi abbiamo di fronte ma spesso dimentichiamo (o siamo del tutto inconsapevoli) di quanto lo stato mentale sia esso stesso influenzato dal corpo e di come, modificando la postura o il semplice modo di camminare, le nostre emozioni cambino.

La relazione tra la mente e il corpo è infatti circolare, il loro confine è permeabile e sarebbe più appropriato considerarli un’unica entità, identica e inseparabile: la mente influenza quello che fa il corpo, esattamente come ciò che fa il corpo influenza la mente.

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# 044 – I soldi e la felicità

soldi e felicitàQuando venne da me, Elena era in pensione già da qualche anno. Aveva perso da poco il marito e, non avendo figli e nipoti, si sentiva particolarmente sola. I soldi non le mancavano, anzi, era l’unica cosa che – come disse lei – riusciva a fare con relativa semplicità. Aveva iniziato a lavorare come infermiera e si era accorta di avere questo talento naturale nell’ideare strumenti elettromedicali che semplificavano e  ottimizzavano il lavoro dei medici e dei suoi colleghi. Insieme al marito aveva perciò fondato un’azienda che le aveva garantito una fortuna. Nel momento in cui venne da me poteva collocarsi a tutto diritto nella classica categoria dei ricchi infelici a conferma di quel detto comune che “i soldi non fanno la felicità”.

In realtà lei dichiarava di essere felice di essere ricca, e che sarebbe stata molto peggio se non avesse avuto i soldi. Elena non ostentava la ricchezza e non aveva mai utilizzato il denaro per fare shopping compulsivo o circondarsi di oggetti inutili. Proveniva da una famiglia di umili origini, aveva vissuto la povertà durante l’infanzia e la gioventù, e aveva imparato a dare il giusto valore ai soldi: erano un semplice mezzo per ottenere ciò di cui aveva bisogno, non un fine.

– Sa, dottore, i soldi non danno la felicità – disse un giorno. – Ma la libertà, quella sì! Ad esempio, se non fossi ricca non avrei la libertà di scegliere il migliore specialista per curare i miei acciacchi o più semplicemente di andare in un ristorante e scegliere di ordinare quello che mi va senza guardare il prezzo. È un grande privilegio, me ne rendo conto, sarebbe bello che tutti lo avessero. Continue reading

# 043 – Essere felici è come accudire un elefante

essere felici è come accudire un elefanteGli amministratori del San Diego Wild Animal Park avevano un problema: in quanto specie minacciata, avevano avviato il progetto di incrementare la popolazione degli elefanti del parco da 23 esemplari fino a 120, ma tale progetto era a rischio perché non riuscivano a formare il personale addetto alla loro educazione e custodia, compiti complessi e soprattutto pericolosi: gli elefanti, oltre a diventare  particolarmente aggressivi nel periodo dell’accoppiamento, sono animali che si spaventano facilmente e, per la loro mole e forza, possono diventare letali per chi li custodisce.

Per questo motivo chiamarono Micheal D. Yapko, uno dei più autorevoli psicologi clinici americani.

– Ma io non ne so nulla di elefanti! – rispose lo psicologo perplesso da quella strana richiesta.

– Lo sappiamo, ma lei è un esperto nel capire come le persone fanno bene le cose e tradurle in abilità che possono essere insegnate agli altri – hanno ribattuto gli amministratori. – E chiediamo la sua consulenza per questo.

Gli spiegarono che il Parco aveva un ottimo custode di nome Alan, straordinario, un vero e proprio elephant man cresciuto tra gli elefanti. Lo avevano coinvolto per formare i nuovi aspiranti custodi e insegnare loro tutte le abilità necessarie per far bene questo lavoro, ma purtroppo Alan non era in grado di farlo: e non era in grado perché non riusciva a individuare e descrivere le proprie abilità (sofisticate) che esercitava quotidianamente con gli animali.

Micheal D. Yapko accettò la sfida Continue reading

# 040 – Come gestire la rabbia

come gestire la rabbiaNon ricordo bene l’età, so solo che facevo le elementari ed ero in gita. In realtà si trattava di una breve escursione al museo dell’agricoltura della mia città, ma quando sei piccolo basta prendere un autobus e fare pochi chilometri per sentirti in vacanza. Al termine della visita, in attesa che l’autobus ci venisse a riprendere, mi misi a giocare a pallone nel campo antistante il museo con i miei compagni. Ci divertivamo tantissimo fino a quando un ragazzino di un’altra classe ci prese il pallone e non voleva più ridarcelo. Iniziai a insistere, ma quello, neanche fosse suo, lo teneva come un giocatore di rugby e si ostinava a non restituirlo. Tra l’altro non voleva neanche giocare con noi; voleva solo il pallone per sé come per farci un dispetto. Le maestre non c’erano e non potevo chiedere il loro intervento. Così iniziai a insistere e alla fine glielo strappai. Restituì il pallone ai miei compagni e lui cominciò a prendermi in giro. Non ricordo cosa diceva nello specifico, ma nei minuti successivi fu assillante. Lo intimai di smettersela ma quello mi aveva preso di mira e continuava. Mi allontanavo, ma lui mi seguiva. Cominciai a spazientirmi.

Te lo dico per l’ultima volta, smettila! – gli dissi.

Uh che paura! Aiuto! – mi schernì.

E non ci vidi più. Come fossi stato impossessato da un mostro, io che fino allora ero stato un bambino docile e paziente (a parte qualche scontro del tutto fisiologico e naturale con mia sorella di un anno più grande), gli saltai addosso. Ruzzolammo a terra, e lo presi da dietro avvinghiandolo con il braccio intorno al collo e iniziai a stringere con tutta la forza che avevo. Continue reading

# 038 – Il potere di non aver nulla da perdere

il potere di non aver nulla da perdereLucia mi chiese un consulto psicologico diversi anni fa. Era stanca del suo lavoro in un’azienda informatica. Stare tutto il giorno davanti al computer non era mai stata la sua ambizione, ma, nonostante questo, le riusciva bene e il capo le aveva affibbiato sempre più responsabilità portandola a lavorare molto più delle 8 ore giornaliere da contratto. Inoltre non riusciva a staccare la spina, e le preoccupazioni lavorative invadevano i suoi pensieri anche durante i giorni liberi. D’altronde si trattava di un lavoro a tempo indeterminato in un’azienda solida e se l’avesse lasciato non avrebbe avuto valide alternative.

Il suo sogno professionale era di lavorare in agenzia che organizza eventi, settore per cui aveva studiato, ma le opportunità lavorative trovate finora erano pari a zero e, soprattutto, non aveva materialmente tempo per cercarle; quando tornava a casa era sfinita, e il solo pensiero di mettersi nuovamente davanti al computer la nauseava.

In ogni caso voleva licenziarsi, sentiva essere la scelta giusta, ma non ne aveva il coraggio: il solo pensiero la metteva nel panico.

Chiesi se poteva chiedere un part-time in modo da avere tempo libero per cercare un’altra occupazione ed essere comunque economicamente protetta, ma disse che il capo non lo concedeva a nessuno, nemmeno alle neo-mamme.  Vagliammo perciò un piano d’azione alternativo per cercare nuove opportunità professionali. Lucia mi salutò dicendomi che mi avrebbe ricontattato quando avrebbe fatto i passi di cui avevamo discusso.

Non passarono settimane, ma alcuni anni prima di ricontattarmi. Continue reading

# 036 – Il potere dell’emozione

il potere dell'emozioneEntrai in classe trafelato, nonostante fossi in ritardo, con mia sorpresa, non ci trovai nessuno. Dovevo tenere una lezione ad alcuni insegnanti all’Istituto Alberghiero di Senigallia e quei pochi minuti di ritardo non potevano essere il motivo per cui tutti gli allievi erano “spariti”. Magari ho sbagliato giorno, pensai. Così aprii l’agenda e controllai la data: sì, era giusta, 11 settembre 2001 ore 15.

Nell’attesa che qualcuno comparisse, accesi il computer e il videoproiettore. Mi accorsi allora di un silenzio irreale come se la scuola fosse vuota. Andai all’ingresso e non vi trovai nessuno, nemmeno un bidello. Dov’erano tutti?

Mi incamminai lungo il corridoio e vidi in fondo diverse persone, tra cui gli insegnanti che dovevano essere alla mia classe, che sbucavano da un’aula. Guardavano all’interno e non si accorsero del mio arrivo. Quando li raggiunsi capii il motivo. Fissavano attoniti il piccolo televisore sull’angolo che trasmetteva le immagini agghiaccianti dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle.

Era stata da poco colpita la seconda torre. Rimasi allibito e chiesi delucidazioni. – È la terza guerra mondiale, – mi sentii rispondere dal preside della scuola. Continue reading

# 035 – Il potere dell’immaginazione

il potere dell'immaginazioneA volte in terapia accadono degli episodi che a raccontarli sembrano davvero buffi ma a viverli, credetemi, mettono in crisi, e non poco. Tempo fa venne da me un uomo che soffriva di continui attacchi di panico a tal punto da non uscire di casa se non accompagnato da un familiare. Durante una seduta, improvvisamente, inizia a respirare affannosamente e mi dice che gli sta salendo un attacco di panico.

– Dottore, la prego – dice, – mi schiaffeggi!

– Cosa? – rispondo incredulo.

– L’unico modo per bloccare l’attacco di panico è che qualcuno mi schiaffeggi, – mi spiega. – Mi deve dare uno schiaffo forte in faccia. Anche più di uno se necessario. La prego! – mi implora.

– Non posso farlo – rispondo, mentre mi si prospetta lo scenario di io che lo schiaffeggio e dei carabinieri che mi portano un avviso di garanzia per maltrattamenti.

– L’autorizzo io, – ribatte, sempre più agitato. – Due schiaffi, forti, ben assestati, e l’attacco passa immediatamente. Mi aiuti! Continue reading

# 034 – 6 consigli per colmare il senso di vuoto

Perché il vuoto vero è una cosa tremenda. Il vuoto vero non è il niente. Il niente è troppo poco.

Per dire, ecco due scene.

Uno: arrivi in una camera d’albergo e apri un cassetto per metterci la tua roba, il cassetto è vuoto e cominci a infilarci mutande magliette e calzini.

Due: torna a casa tua, nel cassetto più basso dell’armadio tieni tutti i soldi che hai, nascosti in una scatola di scarpe. Ti pieghi, lo apri, il cassetto è vuoto.

Ecco, questi sono due cassetti, e tutti e due sono vuoti. Ma sono la stessa cosa?

Non penso proprio.

Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa. Qualcosa di importante, che c’è sempre stato, poi a un certo punto guardi e ti accorgi che quella cosa non c’è più…

Ecco, questo è il vuoto.

(Fabio Genovesi, Esche vive)

senso di vuotoAvevo appena finito di trascrivere questo brano quando Giacomo, entrato nel mio studio e sedutosi sulla poltrona, ha esordito con queste parole: – Sono state due settimane terribili, ho sentito un vuoto incredibile, non avevo voglia di far nulla, solo di dormire tutto il giorno e, terrificante a dirlo, di morire.

Sebbene sia rimasto un po’ sorpreso da questo esordio – anche se, data la frequenza con cui capitano, la sincronicità nei pensieri in terapia non dovrebbe più stupirmi – ho colto al balzo l’occasione per lavorare su quel senso di vuoto.

Giacomo è un manager aziendale che si era rivolto a me preoccupato per un abuso di alcol e di cibo che nell’ultimo periodo non riusciva più a controllare. Inizialmente non pensava che lo psicologo potesse aiutarlo, in fondo aveva sempre risolto i problemi per conto suo, ma un tentativo, magari solo per imparare a gestire lo stress che il lavoro gli dava, si poteva fare e, di sicuro, avrebbe tranquillizzato la sua famiglia che era molto preoccupata per il suo stato di salute. Continue reading

# 033 – Le palle da golf, prima

palla da golfQuando Paolo venne da me aveva quasi quarant’anni, una casa di proprietà, un lavoro a tempo indeterminato. Sognava di incontrare l’anima gemella e di avere dei figli, ma la sua timidezza lo portava a rifuggire ogni tipo di attività sociale. Quando non lavorava si dedicava alle faccende domestiche. Era maniaco della pulizia e dell’ordine, curava il giardino, si cimentava in tanti piccoli hobbies che gli riempivano il tempo ma non lo appagavano appieno. Gli piaceva correre e lo faceva metodicamente tutti i giorni. Il week-end preferiva riposare per ricaricarsi in vista della settimana di lavoro successiva piuttosto che uscire con gli amici. Era parsimonioso, e utilizzava i soldi che metteva da parte per abbattere la rata del mutuo. Non si concedeva svaghi o vacanze. Né tantomeno attività che gli sarebbe piaciuto svolgere ma che richiedevano un piccolo investimento economico. La sua educazione lo aveva spinto a seguire il principio “prima il dovere e poi il piacere”.

E quando venne da me, chissà com’è, si sentiva infelice.

Aveva la sensazione che la sua vita era già piena e che non ci fosse spazio per dedicarsi a ciò che era davvero importante.

Con il passare del tempo mi accorsi che Paolo era un maestro nell’arte di rimandare. C’era sempre qualcosa di poco conto che si interponeva tra lui e i suoi sogni. Anche se si dava degli obiettivi come ad esempio contattare una ragazza che gli piaceva, trovava sempre qualcosa da fare che gli impediva di agire.

Un giorno, di fronte all’ennesimo ostacolo a mio avviso insignificante, mi venne in mente una storiella che girava in internet. Gliela raccontai. Continue reading

# 032 – Alchimia per figli con genitori imperfetti

alchimia per genitori imperfettiEravamo circa 300 in quella sala conferenze. Sul palco Roy Martina, medico psicologo, autore di numerosi best-seller dedicati alla salute e al benessere, che a un certo punto pone alla platea la seguente richiesta: “chi di voi ha, o ha avuto, genitori perfetti, per favore, alzi la mano!”.

Io penso ai miei, di genitori: sebbene a loro modo siano bravi, di certo non sono perfetti. Perciò tengo il braccio abbassato. Mi guardo intorno e mi rincuoro. Sono pochi i fortunati che hanno alzato la mano, poco più di dieci. E tra questi Roy Martina.

Ironicamente lui commenta: “Vedo che le persone fortunate in questa sala sono veramente poche!

La platea sorride, ma quel sorriso amaro, di chi non ci sta a sentirsi sfortunato. In fondo i genitori non ce li scegliamo e, soprattutto, non è colpa nostra se sono imperfetti.

Roy Martina, forse consapevole dello sconforto sceso in sala, continua. Continue reading

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