Gianluca Antoni

Psicologo Psicoterapeuta Ipnotista, Scrittore, Career Coach, Formatore

Tag: paura

# 036 – Il potere dell’emozione

il potere dell'emozioneEntrai in classe trafelato, nonostante fossi in ritardo, con mia sorpresa, non ci trovai nessuno. Dovevo tenere una lezione ad alcuni insegnanti all’Istituto Alberghiero di Senigallia e quei pochi minuti di ritardo non potevano essere il motivo per cui tutti gli allievi erano “spariti”. Magari ho sbagliato giorno, pensai. Così aprii l’agenda e controllai la data: sì, era giusta, 11 settembre 2001 ore 15.

Nell’attesa che qualcuno comparisse, accesi il computer e il videoproiettore. Mi accorsi allora di un silenzio irreale come se la scuola fosse vuota. Andai all’ingresso e non vi trovai nessuno, nemmeno un bidello. Dov’erano tutti?

Mi incamminai lungo il corridoio e vidi in fondo diverse persone, tra cui gli insegnanti che dovevano essere alla mia classe, che sbucavano da un’aula. Guardavano all’interno e non si accorsero del mio arrivo. Quando li raggiunsi capii il motivo. Fissavano attoniti il piccolo televisore sull’angolo che trasmetteva le immagini agghiaccianti dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle.

Era stata da poco colpita la seconda torre. Rimasi allibito e chiesi delucidazioni. – È la terza guerra mondiale, – mi sentii rispondere dal preside della scuola. Continue reading

# 021 – La forza della fragilità

la forza della fragilitàQualche giorno fa un ragazzo che seguo mi raccontava di come tende a nascondere agli amici il fatto che soffra di attacchi di panico. La motivazione a sostegno è che prova vergogna a mostrare questa fragilità; gli amici non lo capirebbero. 

La sua reazione non mi ha meravigliato, è molto comune tra chi soffre di disturbi d’ansia e attacchi di panico. Vivendo il problema come una fragilità tendono a nasconderlo; il che crea un ulteriore problema quando si trovano in situazioni sociali perché tanto più tentano di nascondere la loro ansia tanto più la loro ansia si potenzia e rischia di esplodere. Questo corto circuito crea un circolo vizioso che porta la persona ad evitare le situazioni sociali alimentando ancor di più il problema stesso.

Per interrompere questo circolo vizioso e depotenziare l’ansia è quindi necessario smantellare questa falsa convinzione di fragilità.

Falsa?

Falsa, esatto! Continue reading

# 006 Perché reagiamo come reagiamo

perche-reagiamo-come-reagiamoQualche anno fa mi trovavo ad Agra, la città famosa per il meraviglioso mausoleo Taj Mahal che ogni foto dell’India riporta. Verso sera esco per fare una passeggiata tra le vie del centro ricco di costruzioni coloro rosso mattone reso ancor più vivido dalla luce del tramonto.

Appena uscito, un uomo alla guida di un tipico risciò, uno di quelli a pedali con il divanetto per i passeggeri dietro, mi si affianca e mi offre di portarmi in giro, in un tour delle attrazioni turistiche. Cortesemente rispondo di no, grazie, desidero davvero passeggiare, non mi va di andare in bicicletta. Lui non insiste e se ne va. Dopo neanche 100 metri ecco un suo collega che, esattamente come il precedente, mi offre il tour della città. Stessa risposta, da parte mia, sempre educata. Desidero passeggiare. Nel giro di poco tempo mi rendo conto che io, turista straniero, per i conduttori di risciò sono come un bersaglio fosforescente illuminato dai fari in piena notte e non ce n’è uno che non si affianchi per propormi lo stesso tour.  Rispondo di no a tutti, ma in modo sempre più scocciato e quasi maleducato. Sono seccato, voglio camminare in santa pace e ammirare la città, la gente, i colori senza essere importunato ogni due minuti.

Poi improvvisamente succede qualcosa di strano con l’ennesimo conduttore di risciò (il ventesimo o giù di lì): di fronte alla proposta di salire e di fare il tour della città, rispondo con mia stessa sorpresa e con un gran sorriso di . Non è l’esasperazione che mi spinge a salire, ma qualcos’altro che non riesco a capire. Contratto il prezzo, salgo e come pattuito mi porta in giro. Al termine gli chiedo di fargli una foto e lo pago. Lui cerca di “estorcermi” qualche soldo in più rispetto a quello concordato, non mi vuole dare il resto e si arrabbia pure quando lo esigo.  Sono contrariato con me stesso per questa seccatura: perché mi sono lasciato abbindolare quando volevo solo camminare? Continue reading

Quanto durano le emozioni

In una ricerca condotta in Belgio e pubblicata dalla rivista Motivation and Emotion è stato chiesto a 233 studenti di ricordare recenti episodi in cui avevamo provato determinate emozioni, riferirne la loro durata, l’evento scatenante e le strategie messe in atto per gestirle.  É risultato che su 27 emozioni, la tristezza è quella che dura più a lungo (120 ore), seguita dall’odio (60 ore) e dalla gioia (35 ore) mentre il disgusto, la vergogna e la paura risultano quelle che durano di meno (30-40 minuti). É emerso inoltre che la durata delle emozioni è legata all’importanza dell’evento scatenante (tanto più è importante, tanto più dura l’emozione) e dal fenomeno della ruminazione mentale, ossia nel trovarsi ingabbiati in una forma di pensiero circolare  che ruota intorno a un unico tema, generalmente di natura negativa.

quanto durano le emozioni

A mio avviso i risultati di questa ricerca non ci forniscono grandi illuminazioni. Infatti Continue reading

Come gestire le emozioni spiacevoli

surfingIl senso comune ci porta a classificare le emozioni in positive e negative. Positive quelle piacevoli come la gioia, la felicità, la soddisfazione, l’entusiasmo mentre negative quelle spiacevoli come il dolore, la paura, la rabbia, la delusione. Tale classificazione dicotomica non è corretta, infatti tutte le emozioni hanno una funzione positiva anche quelle spiacevoli. Sta a te cogliere il significato e il beneficio.

Il dolore per esempio ti permette di prenderti cura di te stesso, la paura di accorgerti di un pericolo e prepararti ad affrontarlo, la rabbia di difenderti da un attacco o indirizzare le tue energie per raggiungere un obiettivo, la delusione di comprendere cosa è veramente importante, l’invidia di farti capire cosa desideri, il senso di colpa di aver oltraggiato un valore rilevante per te  e così via. Ogni emozione quindi se accolta e analizzata rappresenta una guida che ti permette di capire meglio chi sei e cosa vuoi.

Inoltre, alla base di ogni emozione c’è l’energia, e in quelle spiacevoli la quantità di energia è particolarmente alta. Ogni volta che ti arrabbi, o ti lamenti, o ti demoralizzi, o ti senti depresso, sprigioni energia. E l’energia di per sé è neutra, spetta a te gestirla. Quando provi un’emozione spiacevole entra in contatto con l’energia sprigionata, lasciala uscire. Evita di sopprimerla, e canalizzala. Lascia che ogni parte di te si esprima, ne ha diritto, e soprattutto ti sarà utile. Un modo per spiazzare queste emozioni “negative” è amplificarle: se non hai voglia di fare niente, fallo! Prenditi una settimana di completa libertà: non fare niente. Se una settimana non ti basta, prenditi un mese, se un mese non basta un anno intero. Vedrai che prima o poi subentrerà la noia, e ci sarà una parte di te che ti porterà naturalmente a muoverti. Se invece quello che leggi ti fa arrabbiare, arrabbiati. Prenditela con me, con il blog, parlane male con tutti, gonfia il tuo senso critico. Arriverà il momento in cui risulterai poco credibile anche a te stesso. E a quel punto proverai sollievo, raccoglierai quello che ti serve e aprirai la mente al cambiamento.

Esprimere liberamente le emozioni spiacevoli non significa concedersi il lusso di farlo sempre, dovunque e con chiunque. Se sei arrabbiato per una multa in divieto di sosta, sarebbe controproducente prendertela con il poliziotto, oppure scaricare la rabbia sul tuo capo. Fallo quando ti trovi nel contesto giusto e hai di fronte persone che possono capirti. Se hai il bisogno di “scaricarti” metti sull’avviso chi ti sta di fronte: “nei prossimi cinque minuti non interrompermi e non prendere alla lettera tutto che quello che dirò. Ascoltami e basta”. Dopo che ti sei sfogato ti sentirai un po’ meglio e subentrerà uno stato d’animo più costruttivo per trovare soluzioni ai tuoi problemi. Scegli interlocutori che siano davvero interessati a te, che accolgano i tuoi sfoghi, che ti sappiano ascoltare, riconoscendo il tuo diritto di lamentarti, soffrire, arrabbiarti o essere deluso. Se preferisci scaricarti in solitudine, scegli luoghi e momenti adatti. Urla mentre guidi, canta a squarciagola, lancia dei cuscini contro il muro. Fai dello sport. Piangi. Scrivi senza censura sul tuo diario. Qualsiasi attività che ti aiuti a tirare fuori il malessere va bene, purché sia sicura e rispettosa per te stesso e per gli altri.

Le emozioni sono energia: considerale come tali. Magnifiche onde sempre a disposizione che si autogenerano. Puoi lasciarti travolgere, sopprimendole e facendole implodere con conseguenze nocive per la tua salute, oppure imparare a surfarle, esprimendole e attingendo appieno dalla loro forza per metterle al servizio dei tuoi desideri.

Riaccendere la speranza

martin luther king 01Risvegliare desideri a lungo assopiti, riaccendere la speranza, porre di nuovo priorità alla sfera sentimentale, può creare resistenza e timore per chi in passato ha sofferto. Se in amore ti sei scottato una o più volte, perché dovresti concederti una nuova possibilità? Chi ha il cuore infranto si sente vulnerabile. Il rischio è alto, e si è convinti di non poter reggere a un’altra delusione.

È vero: risvegliare la speranza è come mettere le dita congelate sotto l’acqua calda: fa male. Sei tentato di rimetterle immediatamente sotto il ghiaccio per non sentire il dolore, scelta che di primo acchito può sembrare saggia, ma a lungo andare controproducente. Considera che i tuoi desideri più profondi sono una parte importante di te, come le tue dita. Puoi congelarli e sigillarli nel sub-conscio per un po’ di tempo ma, come tarli che erodono lentamente la struttura fino a farla crollare, prima o poi si faranno sentire. Compariranno dei sintomi: ansia, insonnia, disturbi psicosomatici, stati depressivi. Sintomi che non potrai più ignorare, e ti costringeranno a prenderti cura di te, e dare spazio alle parti importanti di te che hai soppresso.

Quindi lamentati, sbraita, urla, batti i piedi, arrabbiati ma concediti una nuova possibilità. Perché?

Perché stai leggendo questo post, e il fatto stesso di essere qui a leggere forse non è un caso: probabilmente è un’espressione del tuo bisogno di amare. Ma aspetta. Se la paura di risvegliare la speranza ti attanaglia, ascoltala. Ti permetterà di evitare errori commessi e trovare nuove soluzioni e strategie per affrontare l’amore in modo diverso.

Se aspetti che, magicamente, giunga il momento che ti sentirai pronto per riprovarci, potresti rimanere deluso. La paura ti accompagnerà sempre, per tutelarti, ma allo stesso tempo allenterà la sua presa, finché il salto sull’altra sponda ti sembrerà meno terrificante e sentirai di potercela fare, ma con paura. Perché il coraggio non è assenza di paura (quello si chiama incoscienza), ma è fronteggiare la paura con il dovuto rispetto.

Ascoltare la paura

nelson mandela 01Quando la paura prende il sopravvento condiziona la nostra vita e la realizzazione dei nostri desideri. Ci porta a focalizzare l’attenzione, piuttosto che su ciò che vogliamo, su tutto ciò che vogliamo evitare, per noi fonte di dolore. E come un satellite ci ritroviamo a orbitare intorno al nucleo della paura: di perdere il lavoro, di non trovare l’amore, di rimanere soli, della malattia, di morire, di non riuscire in qualcosa. Paure legittime, comuni e diffuse, che vorremo però eliminare per sempre, magari ripetendoci di non pensarci. Ma sappiamo bene che più cerchiamo di non pensare a una cosa, tanto più quella cosa si presenta.

In realtà la paura, esattamente come tutte le altre emozioni, va accolta, ascoltata e analizzata. Se vogliamo superarla dobbiamo smetterla di considerarla una parte “nemica” da combattere o sopprimere, e iniziare a trattarla come una parte “amica”, una parte di noi che ci vuole bene, e desidera farci notare cosa c’è che non va. La paura, come il malessere, è un segnale d’allarme, non è il problema, esattamente come la spia della benzina accesa: il problema non è la spia, è il serbatoio vuoto.

Ascoltare la paura ti può permettere di scoprire cosa realmente vuoi: se hai paura di morire e sei in perfetta forma, forse una parte di te vuole dirti che non stai vivendo appieno, che le cose che fai sono prive di significato; se la tua paura invece è della malattia, forse una parte di te vuole dirti che stai trascurando il tuo corpo; se hai paura di perdere il lavoro, forse significa che desideri una alternativa occupazionale. Insomma dietro la paura, si celano risposte e soluzioni, e soprattutto quello che realmente vuoi.

La paura è una reazione vitale. Se non la provassi saresti un incosciente. Ma attenzione: la paura non vuole dissuaderti, vuole metterti  in allerta. Ti dice di valutare bene le cose prima di buttarti in una nuova avventura, in un cambiamento, di ponderare i pericoli, e di preparare le contromosse. Considerala quindi come una fidata compagna di viaggio, a volte scomoda, ma che ti tutela. Lascia che si esprima, e individua cosa ti permetterebbe di allentare la tensione. Sei hai paura di fare una telefonata di lavoro forse devi prepararti per acquisire un minimo di sicurezza, o forse ti manca un contatto che ti permetta di non risultare un emerito sconosciuto. Forse devi fare altre telefonate prima per esercitarti, o chissà, forse devi abbassare solo le tue aspettative e darti la possibilità di non dare il meglio di te stesso. La paura ti permette di conoscere bene il tuo nemico, e di scoprire le armi per sconfiggerlo.

Quando la paura diventa paralizzante, devi porre doppia attenzione. È in gioco la tua sopravvivenza. Sicuramente c’è qualcosa che non hai valutato, qualcosa che ti manca e di cui hai bisogno prima di gettarti nella mischia. È probabile che non ti senti abbastanza forte per affrontare le conseguenze di un eventuale fallimento. C’è una fragilità di fondo che richiede cura. A volte basta che ti conceda un tempo adeguato per fare il primo passo. Altre volte potresti aver bisogno di un aiuto professionale, di un angelo custode che ti sostenga nel tuo percorso di consapevolezza e ti aiuti a superare gli ostacoli.

Può capitare che la paura si celi dietro la formulazione di desideri impossibili. È un modo creativo per tutelarci: se un desiderio è impossibile ho un buon alibi per non provarci affatto. Ma vale davvero la pena di rinunciare ai nostri desideri? A pensarci bene quello che temiamo davvero è la frustrazione che scaturisce dalla delusione di non veder esaudito il desiderio. Ma rimanere delusi fa parte della vita, è un’emozione naturale.

E se la paura di fallire persiste, ricordati che, anche se non otterrai quello che vuoi, otterrai sempre qualcosa che ha un valore inestimabile: la preziosa esperienza maturata nel tentativo di realizzare i tuoi desideri; un bagaglio di capacità, conoscenze, strategie, errori, soluzioni, contatti. E non ultimo un senso di gratitudine verso te stesso per averci comunque provato, piuttosto che osservare la tua vita passare mentre tu sei disteso sul divano.

John McWall – Tassista nella notte (Puntata n. 1 – La mia città)

Non mi sono mai mosso da questa città. Dovrei farlo prima o poi, forse. Chissà com’è il mondo là fuori. Me lo chiedo spesso, e sempre mi rispondo allo stesso modo: come qui, John, come qui.
Lo so, è un fottuto alibi. In realtà ho paura di mettere il naso là fuori, in un posto che non conosco. Il solo pensiero mi terrorizza. Chi te lo fare? Hai tutto qui: la sicurezza, la certezza di conoscere ogni vicolo e ogni piazza e ogni parco. Non puoi perderti. Questa città è il mio corpo, il mio respiro, la mia anima. Casa mia. Ci sono nato, cresciuto. Ho visto grattacieli comparire dal nulla e fabbriche abbattute al suolo. Tutto sotto controllo. E il mondo là fuori non lo è, sotto controllo. E ho paura.
– Paura di cosa? – mi ha chiesto un tizio l’altra sera.
Non sapergli rispondere è stato doloroso. Infatti non lo so, non so di cosa diamine ho paura. Ma non importa. Lei è lì, la paura, e sempre c’è stata. È qualcosa di congenito, come i miei occhi scuri e le dita lunghe. Non l’ho voluta io, ma lei c’è, esiste, la devo accettare.
E sul cosa c’è la fuori… be’, non saprei dirlo. Io non ho viaggiato e conosco poco il mondo, ma alle volte penso che tutto il mondo passi in questo taxi. Bianchi neri gialli buddisti induisti taoisti africani neo zelandesi russi, uomini di tutte le razze e di tutte le religioni hanno posato le chiappe su questi sedili. E li ho ascoltati, osservati, spiati. E ho viaggiato con loro, ho goduto dei loro riti e della loro diversità, ho salutato a mani giunte e baciato tre volte sulla guancia. Ho odorato il profumo della povertà e la puzza grassa della ricchezza. Ho pregato Dio, Allah e Buddha, li ho invocati e li ho maledetti, per poi ringraziarli per una giornata di sole.
No, non voglio viaggiare. Questa è la mia città, il mio sangue, la mia gente. E se ho voglia di partire mi basta sedermi sulla spiaggia e osservare il tramonto.
Il mare è troppo grande per me.

© 2018 Gianluca Antoni

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