Cerca
Close this search box.

# 057 | Lasciatevi sorprendere dagli altri

Dopo l’università feci un’esperienza di volontariato nello Sri Lanka con il Servizio civile internazionale. Quell’esperienza mi calò nella cultura e nello spirito buddista al punto che anche il mio modo di vestire era diventato un modo per riflettere quello che avevo sperimentato. Tornato dal viaggio indossavo solo camicie senza colletto tipiche del luogo e che mi ero fatto cucire su misura da un sarto di Kandy.

Ero così orgoglioso di quelle camice che, quando iniziarono a diventare un po’ logore, chiesi a mia madre di cucirmene una uguale, bianca, bellissima. Lei, che era una brava sarta autodidatta e quando eravamo piccoli cuciva i vestiti a me e ai miei fratelli, si prodigò e ne fece una replica perfetta dedicandoci tempo ed energia.

In quel periodo avevo iniziato la scuola di specializzazione in psicoterapia della Gestalt, e una parte del tempo della formazione era dedicato a lavorare in gruppo su di sé: si trattava di una vera e propria terapia esperienziale in cui mettevamo in scena le tematiche psicologiche che ci stavano a cuore.

In una di quelle occasioni, con indosso la mia bella camicia bianca cucita con tanto amore da mia madre, io portai il sogno che avevo fatto la notte prima.

Nel sogno mi trovavo in un ristorante e indossavo quella camicia candida e immacolata quando un cameriere, inciampando su di me, mi versò addosso un intero vassoio di pasta al sugo: la mia camicia era irrimediabilmente macchiata e io mi sentivo disperato perché sapevo che, anche lavandola, quelle macchie di sugo non sarebbero più scomparse. Pensavo a mia madre, a quanto sarebbe stata dispiaciuta dell’accaduto e mi sentivo terribilmente in colpa.

Quando raccontai il sogno, il suo significato era palese: avevo paura di “sporcare” l’immagine bianca e immacolata che avevo cercato sempre di dare a mia madre. Avevo sempre assunto il ruolo del bravo figlio, di quello che fa sempre le cose bene e di cui essere orgogliosi. Crescere però, se vuoi davvero spezzare il cordone ombelicale materno, significa “sporcare” la tua immagine per poter seguire la tua strada e la tua natura.

Consapevole del fatto che questo doveva accadere, il terapeuta mi propose di fare un’esperienza simbolicamente molto forte: dato che indossavo proprio quella camicia, mi propose di togliermela e di iniziare a “sporcarla” con dei pennarelli in modo irrimediabile.

E così feci.

Sfilai la camicia, la posi a terra e come per incanto sbucò un’intera confezione di pennarelli: mi misi al lavoro aiutato dai alcuni miei colleghi che vollero partecipare. Dopo qualche minuto quella camicia era rovinata per sempre. La guardai con una grande sensazione di sollievo, mi sentivo finalmente libero e adulto. Allo stesso tempo però provavo un forte senso di colpa per il dispiacere che avrei arrecato a mia madre: aveva cucito con tutto il suo amore quella camicia per me e io come ringraziamento cosa avevo fatto? L’avevo distrutta.

Il terapeuta capì al volo il mio stato e mi fece una proposta: «Gianluca, facciamo uno scambio: ti presto la mia camicia così che puoi indossarla quando torni a casa da tua madre mentre tu lasci qui la tua. La potrai riprendere la prossima volta».

Questo escamotage mi permise di affrontare mia madre. Infatti quando tornai a casa, lei notò subito la mia camicia “nuova” e mi chiese dove l’avessi presa. Così, con un macigno sullo stomaco, le raccontai quello che era successo e la tragica fine della camicia, pronto a difendermi dai suoi attacchi o subire la sua delusione.

Invece, come con mia enorme sorpresa, lei mi rispose con serenità:

«Gianluca, la camicia era la tua, potevi farci quello che volevi. Se era giusto fare quello che hai fatto, se era importante per te, hai fatto bene a farlo!»

Rimasi di stucco: mai mi sarei aspettato una reazione così da lei. Capii allora il suo atto d’amore e il reale valore di un dono: se doni qualcosa a qualcuno, quel dono appartiene a lui: non puoi pretendere che lo costudisca o ci faccia quello che vuoi tu. Devi distaccartene.

E soprattutto capii che ogni persona è in grado di sorprenderci: dobbiamo solo concederle la fiducia e avere il coraggio di fare ed esprimere quello che vogliamo mettendo da parte le nostre preoccupazioni circa una sua eventuale reazione. Questo ci permette di essere noi stessi e rendere la relazione più genuina e trasparente.

È inutile che vi scriva quanto abbia amato mia madre per quella lezione di vita.

 

Esercizi e suggerimenti

Durata: con chi necessario.

Frequenza: al bisogno.

Obiettivo: essere se stessi e rendere genuina una relazione

Azione: pensa alle tue relazioni con le persone importanti per te e individua qualcosa che non hai detto o fatto semplicemente perché temevi la sua reazione. Se le cose che hai individuato risultano ancora “irrisolte” o in sospeso e come un tarlo ancora scavano in te, è giunto il tempo di passare all’azione e affrontare quella persona per dire o fare quello che senti giusto. Trova un escamotage per affrontarla: puoi anche utilizzare ciò che hai appena letto e raccontarglielo come preambolo. Quindi “buttati”. Preparati ad affrontare la sua reazione e a un confronto per chiarirvi o spiegarti meglio. Non tutto si risolve in un unico incontro, potresti aver bisogno di tornare sulla questione dopo che lei ha “digerito” le tue parole o le tue azioni. Abbi la fiducia che la vostra relazione ne verrà fuori rafforzata, comunicaglielo se ne senti il bisogno e poi… lasciati sorprendere.

 

Il consiglio del biblioterapeuta

Mary Beth Keane, Un amore qualunque e necessario (Mondadori).

Amore, accoglienza, generosità, coraggio.

Queste sono le prime parole che mi sono venute in mente dopo la lettura della lezione di Gianluca.

L’amore che ha messo la sua mamma nel cucire “quella” camicia, per accontentare e appagare il desiderio del figlio e nell’accettarne alla fine il destino “infausto”, senza adirarsi, dopo tutto il lavoro fatto.

L’amore nell’accogliere – ecco la seconda parola – le scelte di Gianluca senza giudicarle mettendole in discussione. Con generosità!

Il coraggio di Gianluca nel rinunciare a un capo di abbigliamento al quale era particolarmente affezionato e nell’affrontare la madre dopo aver irrimediabilmente distrutto la camicia!

Mi hanno molto colpito queste parole: “…Capii il suo atto d’amore e il reale valore di un dono: se doni qualcosa a qualcuno, quel dono appartiene a lui: non puoi pretendere che lo costudisca o ci faccia quello che vuoi tu. Devi distaccartene. 

E soprattutto capii che ogni persona è in grado di sorprenderci: dobbiamo solo concederle la fiducia e avere il coraggio di fare ed esprimere quello che vogliamo mettendo da parte le nostre preoccupazioni circa una sua eventuale reazione”.

Mi hanno fatto pensare a uno dei personaggi di Un amore qualunque e necessario (Mondadori) di Mary Beth Keane.

Questo romanzo della Keane abbraccia molti generi differenti: è una saga famigliare perché racconta i Gleeson – Francis, Lena e le tre figlie, soprattutto la più piccola Kate – e gli Stanhope – Brian, Anne e il figlio Peter. È un romanzo sentimentale perché racconta l’amore tra Kate e Peter (un amore vero, reale, vissuto, quotidiano). È un romanzo drammatico per i temi che affronta e come li affronta.

Sono due famiglie le cui storie naturalmente si intrecciano e che le vedranno costrette a confrontarsi e scontrarsi con una realtà dura e dolorosa. È anche un libro in cui l’accettazione e il perdono sono elementi fondanti. È un libro in cui le scelte e le decisioni personali – nonostante non possano essere facilmente accettate da chi ha subito un atto di violenza – vengono accolte con rispetto, in funzione di un desiderio e di una volontà che si nutrono però di consapevolezza e determinazione.

È proprio ciò che fa Francis nei confronti della figlia Kate.

Non posso rivelare di più ma invitare, quello sì, alla lettura di questo romanzo in cui ritrovare le parole di Gianluca.

© riproduzione riservata

Gianluca Antoni

Gianluca Antoni

Psicologo Psicoterapauta Ipnotista, Career Coach, Formatore, Scrittore

Lascia un commento